Pubblicazioni

Per un’educazione non antropocentrica. Elementi di postumanesimo nell’arte di Eva Kot’átková

 

Dopo essere stato pubblicato sul numero 10 di Scenari, il mio saggio sull’arte di Eva Kot’átková compare rivisto ed esteso anche in questa raccolta intitolata Ecologie complesse. Pensare l’arte oltre l’umano e curata da Gabriela Galati. Il testo si propone come un momento di riflessione sugli sviluppi teorici e critici del postumanesimo nel fare artistico contemporaneo e i contributi sono accomunati dalla volontà di promuovere un cambio di paradigma suggerendo pratiche non antropocentriche. Attraverso le installazioni e le azioni neodadaiste di Eva sviscero i limiti e le brutture dei metodi pedagogici di oggi e di sempre testandone possibili alternative.

Link: https://www.meltemieditore.it/catalogo/ecologie-complesse/

Lungo i flussi di minerali. Intervista a Formafantasma; Modellando futuri possibili. Intervista a Pinar Yoldas

 

Il libro Intervista con la New Media Art. L’osservatorio Digicult tra arte, design e cultura digitale è l’esito dei quindici anni di onorata attività della piattaforma internazionale e indipendente Digicult, fondata dal critico e curatore Marco Mancuso, e tra le più importanti al momento per quel che concerne il rapporto tra arte e nuovi media e in particolare l’impatto delle tecnologie e della scienza sull’arte, il design e la società contemporanea. Il libro raccoglie una selezione di saggi e interviste scritte da alcuni dei suoi autori più importanti e due interviste fatte da me durante gli anni in cui ne sono stata caporedattrice. Le interviste a Formafantasma e a Pinar Yoldas sono online in lingua originale sul sito di Digicult. Con loro ho parlato di due flagelli tipici dell’Antropocene: lo smaltimento dei rifiuti elettronici e l’isola di plastica che si è formata nel Pacifico, e di come il design può darci qualche speranza di risolverli.

Il libro è uscito in tempi di pandemia e i proventi saranno interamente donati per le ricerche sugli effetti clinici e sociali del Covid-19, eseguite presso il Dipartimento di eccellenza di Scienze Biomediche e Neuroscienze dell’Unimore – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Link: http://mimesisedizioni.it/intervista-con-la-new-media-art.html

Io amo il mio lavoro. Sulla passione e la felicità nelle industrie culturali

 

Who’s art for? Art workers against exploitation è una pubblicazione che raccoglie opere e saggi di quindici artiste, ricercatrici e professioniste dell’arte dedicati allo sfruttamento del lavoro artistico e alla complessa sostenibilità delle pratiche di settore. La pubblicazione si inserisce in una più ampia cornice di azioni intraprese da Impasse (Irene Pittatore e Nicoletta Daldanise) a partire dal 2014 con il progetto R-set / Tools for cultural workers, per favorire un approccio solidale fra i professionisti dell’arte e della cultura e contrastarne l’isolamento e lo sfruttamento, in dialogo con istituzioni, professionisti di differenti settori e pubblico dell’arte. Il mio articolo si concentra su quella particolare forma di dismorfia amorosa che va sotto il nome di “ioamoilmiolavoro”. ABSTRACT: L’amore per il proprio lavoro e l’esternazione della felicità sono due componenti emotive fondamentali che entrano in gioco nelle dinamiche di sfruttamento del settore delle industrie culturali e creative. Questo articolo le analizza entrambe, evidenziandone i risvolti oppressivi in analogia con le teorie del Conscious Capitalism, dell’ecofemminismo, e di alcuni artisti che hanno affrontato la questione con le loro opere e i loro scritti. L’idea di lavorare per una causa in sé più alta di una ricompensa economica e che il lavoro dell’artista sia frutto di una predisposizione biologica alla creazione da un lato hanno elevato l’arte al di sopra di qualsiasi valore materiale, dall’altro hanno privato l’artista e il professionista in generale della possibilità di rivendicare un’equa retribuzione. La particolare fusione tra imprenditorialità e precariato che caratterizza il lavoratore dell’economia neoliberale, e in particolare del mondo dell’arte, ha introdotto pratiche di autopromozione che improntano i rapporti lavorativi ad una cordialità rassicurante, in una continua negoziazione tra la felicità ostentata e la realtà dei fatti. Link: http://www.postmediabooks.it/2019/253impasse/9788874902538.htm

Per un’educazione non antropocentrica. Elementi di postumanesimo nell’arte di Eva Kot’átková

 

Per il numero 10 della rivista Scenari, intitolato Fare il postumano. Un nuovo scenario della teoria e della pratica artistica e curato da Gabriela Galati, ho scritto un saggio sul lavoro dell’artista ceca Eva Kot’átková che riporta in vita pratiche e codici espressivi Dada per parlarci di pedagogia e postumanesimo. ABSTRACT: Fin dalla sua nascita il referente esclusivo della riflessione pedagogica è stato l’essere umano, il soggetto  unitario  cartesiano qualitativamente distinto dall’elemento naturale e tecnologico. Per secoli la pedagogia si è fondata sul riconoscimento di una discontinuità ontologica tra uomo, animale e macchina. Di più, questa discontinuità è stata la condizione di possibilità della pedagogia stessa: l’idea che l’uomo fosse diverso dalle altre specie biologiche ha reso possibile e legittimo ogni atto educativo volto all’umanizzazione e alla civilizzazione dell’uomo stesso. In un’età di profondi mutamenti tecnologici, scientifici e socio-culturali come quella in atto, questo modello ha rivelato tutta la sua inadeguatezza e diverse istanze di ricerca, sia in Italia che all’estero, si stanno interrogando su come estendere le pratiche educative oltre l’antroposfera, in considerazione del rapporto tra umano e non umano. Il mio articolo si propone di rintracciare  segni e prospettive di questa crisi nel lavoro di Eva Kot’átková, in cui il paradigma antropocentrico viene messo sotto processo e rivelato in ogni sua declinazione repressiva. Nella sua ricerca, le suggestioni cyborg del fotocollage dadaista si fondono con l’analisi focaultiana delle istituzioni di controllo e con una forte fascinazione per l’inconscio infantile. Il corpo, sia umano che animale, si fa luogo di alienazione e costrizione, ma allo stesso tempo un medium per nuove potenziali forme di comunicazione non verbale.

Link: http://mimesisedizioni.it/riviste/scenari/scenari-10.html

From “mirror, mirror on the wall” to the Biometric Mirror. Lucy McRae challenging algorithms’ sense of beauty

 

Sul magazine internazionale Collectible DRY ho pubblicato diversi articoli. Nel numero 10 c’è il primo e quello a cui sono più affezionata, fosse anche solo per la fatica che mi è costata reperire le immagini: è un focus sull’opera di Lucy McRae, autoproclamatasi body architect, dalle prime ricerche sul corpo a quelle sulla profilazione biometrica. Link: https://www.collectibledry.com/we-are-also-made-of-paper/

Sadie Benning: una storia di carne e di pixel

 

I miei amici di Mediacritica mi hanno chiesto di scrivere qualcosa in occasione della 37a edizione del Premio Sergio Amidei, il Premio Internazionale alla migliore sceneggiatura che ogni anno si tiene a Gorizia. Ho parlato dei Videoworks di Sadie Benning, che dimostrano cosa può fare un’adolescente lesbica della provincia americana quando si chiude in stanza con una telecamera. Testo integrale a questo link: https://www.mediacritica.it/2018/07/14/sadie-benning-videoworks/