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Ricerche

Io, tu e l’ectogenesi. Ricerche artistiche sugli uteri artificiali

By 25 Settembre 2025Settembre 26th, 2025No Comments31 min read

Ad agosto 2025 la stampa ha annunciato al mondo l’avvento di un robot in grado di avere un bambino. È stato sviluppato in Cina da Kaiwa Technology, un’azienda che non si è limitata a progettare un utero artificiale, ma l’ha inserito in un androide di genere femminile.

La Kaiwa Technology non è né la prima né l’unica ad aver concepito un utero artificiale, ma, a differenza dei risultati ottenuti finora, la sua macchina sarà in grado di portare a termine una gravidanza fino al completo sviluppo del feto, cosa che in Occidente non è ancora stata possibile, per ragioni etiche ancor prima che tecniche. Ad oggi il maggior traguardo in questo campo l’ha raggiunto un gruppo di ricercator* del Children’s Hospital di Philadelphia, che nel 2017 è riuscito a mantenere in vita per quattro settimane un agnello in una sacca di plastica riempita di liquido sintetico (per gli amici bio-bag).

Il robot gestante sfrutta una tecnologia simile, ma con un design sicuramente più appetibile; il feto galleggia in un liquido amniotico sintetico, si nutre ed espelle sostanze attraverso un tubo e i suoi parametri vitali sono costantemente monitorati. Rispetto ai governi americani ed europei, quello cinese appare molto più preoccupato dall’aumento del tasso di infertilità che dalle questioni morali, e sta cercando di combatterlo a suon di investimenti stellari nella robotica umanoide. Secondo il fondatore dell’azienda Zhang Qifeng, il prototipo sarà lanciato sul mercato già l’anno prossimo, alla cifra di $13.900; due spicci in confronto al costo di una gravidanza surrogata. Che sia solo l’ennesimo annuncio sensazionalistico alla Elon Musk (detto anche “gioco a chi ce l’ha più lungo”) o una concreta possibilità, poco importa rispetto all’impatto culturale che affidare la capacità di generare la vita al corpo di una macchina potrà provocare.

Breve storia dell’ectogenesi

La gestazione in utero artificiale scientificamente è detta ectogenesi. Il termine l’ha coniato un eugenetista britannico, J.B.S. Haldane, nel lontano 1924, in un saggio in cui prevedeva che entro il 2074 il 70% delle nascite sarebbe avvenuto in questo modo. “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, pubblicato nel ’32, non era un romanzo distopico ma attualità. Tuttavia i laboratori non erano ancora pronti a trasformare in realtà le visioni di Huxley e Haldane, e bisognerà aspettare gli anni ’50 per i primi tentativi di tenere in vita un embrione al di fuori del corpo materno. Condotti prevedibilmente nel mondo occidentale (Canada, Stati Uniti, Europa) questi esperimenti hanno raggiunto risultati tali da provocarne la sospensione.

Alcuni decenni dopo uno scienziato giapponese, Yoshinori Kuwabara, ha mostrato una grande dimestichezza con i feti di capra: grazie al suo brevetto di utero meccanico l’ectogenesi ha iniziato a configurarsi non più come eresia, ma come una concreta possibilità. Sull’onda dell’hype per la fecondazione in vitro, negli anni ’90 e 2000 sono tornati a moltiplicarsi i test sugli animali, con metodi che ti risparmio. Le criticità erano più o meno le stesse di oggi: come sviluppare una placenta sintetica per l’apporto di nutrienti e come tenere a bada i Pro Vita.

Robot gestante, immagine generata con l’IA   
Robot gestante, immagine generata con l’IA   
Robot gestante, immagine generata con l’IA   
Bio – bag. Screen dal servizio di ABC News sui risultati della ricerca sugli uteri artificiali del Children’s Hospital di Philadelphia 
Bio – bag. Screen dal servizio di ABC News sui risultati della ricerca sugli uteri artificiali del Children’s Hospital di Philadelphia 
Bio – bag. Screen dal servizio di ABC News sui risultati della ricerca sugli uteri artificiali del Children’s Hospital di Philadelphia 

Conscio di tutto questo, alla Design Week di Amsterdam del 2019 il collettivo Next Nature Network, nelle persone di Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker, ha presentato REPRODUTOPIA, un’installazione composta da cinque palloni semitrasparenti appesi al soffitto, da cui penzola una serie di tubi. Il design è frutto di una collaborazione interdisciplinare con Guid Oei, ginecologo del Máxima Medical Centre, e l’Eindhoven University of Technology, nata per immaginare che aspetto avranno gli uteri che un giorno daranno alla luce i nostri figli.

L’opera non aveva nessuna funzione pratica se non quella di suscitare un dibattito sull’ectogenesi, e prima ancora chiedersi se sia veramente ciò di cui abbiamo bisogno. La risposta dev’essere stata affermativa, perché pochi mesi dopo il progetto è entrato a far parte del programma Horizon 2020, quello con cui l’Unione Europea finanzia imprese dal particolare valore scientifico e culturale. Il fatto che l’investimento sia stato massiccio – 2,9 milioni di euro – la dice lunga su quanto il vecchio continente consideri la gestazione fuori dall’utero cruciale per il proprio futuro.

A giustificare questo dispiego di ingegni e di fondi sarebbe la necessità di arginare il numero di nascite premature e di gravidanze a rischio sopperendo alle carenze delle incubatrici, che oggi permettono la sopravvivenza dell’embrione solo per un massimo di 16 – 23 settimane. Queste motivazioni emozionali ne celano altre molto meno popolari, ma altrettanto sul piatto: risolvere il problema della carenza di organi per i trapianti e popolare le future colonie nello spazio. Prima di arrivare a tanto, REPRODUTOPIA ci invita a farci delle domande: come cambierà il concetto di famiglia quando l’ectogenesi sarà diventata realtà? Cosa significherà essere allevati da una macchina? Un giorno anche i padri potranno scoprire le gioie del parto? E soprattutto, chi trarrà reali benefici da questa tecnologia?

L’eterno dissidio (inutile) tra naturale e artificiale

Nel film The Pod Generation (2023) Rachel e Alvy decidono di avere il loro primo figlio in quello che sembra un uovo di struzzo. Un design dalle reminiscenze alchemiche per un futuro in cui procreare non sarà più un ostacolo alla carriera. Le funzionalità del pod/utero sono decantate da un personaggio stile Jeff Bezos, CEO dell’azienda che l’ha prodotto: portabilità, discrezione, autonomia di carica di 48 ore, comoda gestione attraverso un’app che permette di trasmettere al feto suoni e musica.

Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, veduta dell’installazione alla Design Week di Amsterdam, 2019
Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, veduta dell’installazione alla Design Week di Amsterdam, 2019
Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, veduta dell’installazione alla Design Week di Amsterdam, 2019
Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, immagine promozionale, 2019
Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, immagine promozionale, 2019
Next Nature Network (Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker), REPRODUTOPIA, immagine promozionale, 2019
Immagine promozionale di The Pod Generation, 2023, regia di Sophie Barthes
Immagine promozionale di The Pod Generation, 2023, regia di Sophie Barthes
Immagine promozionale di The Pod Generation, 2023, regia di Sophie Barthes

Il film mette sul piatto tante delle questioni collaterali all’ectogenesi, senza approfondirne nessuna. La cosa più lucida la dice la psicoterapeuta Eliza, un’intelligenza artificiale, quando chiede a Rachel cosa intenda esattamente per “gravidanza naturale”. Non solo perché il dibattito naturale vs artificiale diventa un falso problema non appena ci rendiamo conto che la tecnologia è natura a tutti gli effetti, ma anche perché la gravidanza è già tecnologicamente mediata, questa esperienza naturale ancestrale tanto cara ai sovranisti è solo una favoletta che ci raccontiamo. Senza andare troppo lontano, test di gravidanza, pillola anticoncezionale, ecografie, sono già tecnologie che modificano il nostro rapporto con la procreazione anche se non ce ne rendiamo conto.

Ani Liu, artista e ricercatrice forgiata al MIT Media Lab e già nota per aver trovato un modo per controllare lo sperma col pensiero, legge “Il Mondo Nuovo” mentre è incinta e concepisce The Consumerist Pregnancy (2020). L’opera consiste in una serie di oggetti che indagano la relazione del corpo femminile con le tecnologie riproduttive nel caso di una gravidanza cosiddetta “naturale”. La stessa cultura consumistica che celebra la maternità biologica come un fatto naturale ci porta a considerare molti aspetti della gravidanza come “inconvenienti” e a cercare di contrastarli attraverso specifici rimedi. In risposta a integratori ormonali, creme antismagliature e compagnia, Liu crea prodotti che ribaltano l’equazione provocando proprio gli effetti che tentiamo di cancellare.

Ani Liu, Untitled (Small Inconveniences), dalla serie The Consumerist Pregnancy, 2020
Ani Liu, Untitled (Small Inconveniences), dalla serie The Consumerist Pregnancy, 2020
Margherita Pevere, W.01 (dalla serie Wombs, 2018-2021), veduta dell’installazione
Margherita Pevere, W.01 (dalla serie Wombs, 2018-2021), veduta dell’installazione

Untitled (Small Inconveniences) è una lingerie in nylon e silicone che si indossa non per fare sesso ma per simulare l’incontinenza; Untitled (Woman Pains) è una cintura ad elettrodi che simula le contrazioni e il dolore del parto; Untitled (Consumerist Pregnancy Reports)TM è una linea di prodotti comprensiva di: inalatore per ossitocina, pillole ormonali che stimolano sbalzi d’umore e pianto facile, creme che inducono affanno, sudorazione e affaticabilità, tutto in un invitante packaging minimalista. Nelle mani di Ani Liu il design speculativo diventa un’arma per mettere a fuoco tutte le contraddizioni che circondano un utero e il suo funzionamento nella cultura patriarcale. Se ai prodotti che accompagnano la gestazione aggiungiamo anche gli strumenti di IA utilizzati normalmente nell’assistenza prenatale, il machine learning per classificare la placenta e il trapianto fetale, abbiamo le esatte proporzioni di un problema che non esiste: il confine tra naturale e artificiale a fatti non è già più possibile da tracciare.

Margherita Pevere, artista di ricerca che approccia la bioarte muovendo dal pensiero ecoqueer e femminista, è arrivata alle stesse conclusioni lavorando su quando invece una gravidanza non la vogliamo. Nelle sue prime opere si è interessata ai contraccettivi ormonali trattandoli per quello che sono: tecnologie che agiscono sul corpo. L’assunzione della pillola anticoncezionale fa della donna un cyborg a tutti gli effetti, un essere in cui naturale e artificiale sono compenetrati fino a livello biochimico. Per la sua tesi di dottorato l’artista ha dato alla luce Wombs (2018-2021), una serie di opere articolata in 3 capitoli. I primi due, W.01 e W.02, sono installazioni composte da oggetti di vetro simili a organi: cuori, uteri, vesciche, riempiti da materiali coltivati in laboratorio. Ciascuno contiene un ambiente in cui cellule umane e non umane, batteri e ormoni sono messi a contatto per indagare possibili interazioni.

W.01 in particolare mostra quello che può produrre una coltura batterica se viene esposta ai residui degli ormoni assunti dall’artista tramite la pillola, prelevati dalla sua urina: una pellicola microbica curiosamente simile alla carne umana. Questo materiale non è lì solo per farci ribrezzo ma per riflettere sul fatto che gli ormoni sintetici agiscono ben oltre i nostri corpi: eliminati attraverso le feci, i residui si disperdono nell’ambiente innescando modificazioni biochimiche anche altrove. Wombs ci mette di fronte a quello che Stacy Alaimo definisce “transcorporeità”: la natura porosa e permeabile dei nostri corpi, che interagiscono già con l’alterità anche quando non ce ne rendiamo conto. Con le sue ricerche Margherita Pevere mostra che la transcorporeità è una caratteristica non solo umana, ma di tutto l’ecosistema.

Libertà o capitalismo?

La letteratura femminista è costellata di riflessioni sulle tecnologie riproduttive, principalmente per il fatto che, se non ce ne occupiamo noi, lo faranno le istituzioni mediche che negli anni hanno avuto soprattutto una caratteristica distintiva: la misoginia. Come tipico di ogni nuova tecnologia, la narrazione oscilla tra speranza e terrore. Essendo in grado di sollevare la donna dal compito di generare la vita, l’ectogenesi ha il potenziale di liberarla dal giogo con cui è stata oppressa dagli albori della civiltà umana.

Ana Rajcevic e Alexander Soutre, Solid Ground, 2022
Ana Rajcevic e Alexander Soutre, Solid Ground, 2022
Ana Rajcevic e Alexander Soutre, Solid Ground, 2022
Ana Rajcevic e Alexander Soutre, Solid Ground, 2022

Pensatrici come Shulamith Firestone – che ne scriveva già negli anni ’70 ne “La dialettica dei sessi” – sostengono che l’utero artificiale porrà fine alle discriminazioni di genere, redistribuendo in maniera più equa il peso del lavoro riproduttivo. Single e coppie non binarie saranno finalmente in grado di avere figli, gli uomini potranno partecipare attivamente alla crescita del feto e le donne saranno libere di dare un senso alla propria vita che vada oltre la cura della prole. Insomma, una rivoluzione. Allo stesso tempo però la fantasia di una vita autogenerata, libera dai legami biologici e dalle costrizioni della natura, è l’espressione più compiuta della visione messianica della tecnologia che tanto piace ai transumanisti. In linea con questa visione, l’ectogenesi potrebbe diventare uno strumento perfetto di controllo e selezione della riproduzione, una deriva che in questo momento storico non sembra poi così surreale.

Nel 2022 la designer Ana Rajcevic, forte del successo della sua collezione di protesi animali, ha voluto immaginare come trasformare la gravidanza in un’esperienza alla portata di chiunque senta questa necessità. Con il fotografo e filmmaker Alexander Soutre ha progettato degli uteri prostetici che potrebbero unire le caratteristiche di un’incubatrice alla praticità di un marsupio da portare sempre con sé. Il design è talmente bello da farci dimenticare qualsiasi questione etico-politica, o forse no. A riportarle sul piatto ci ha pensato Anan Fries, artist* che ha un portfolio ricco di richiami alla riproduzione tecnologicamente mediata e un debole per lo xenofemminismo. La sua opera ha il grande merito di ricordarci che le tecnologie sono sempre calate in un contesto, e quel contesto sfortunatamente per noi è il sistema capitalistico.

Anan Fries, Ecto Bag, 2024
Anan Fries, Ecto Bag, 2024
Anan Fries, Ecto Sale, 2023
Anan Fries, Ecto Sale, 2023

In Ecto Bag (2024), un utero in stampa 3d a forma di borsetta, e Ecto Sale (2023) un’installazione multimediale che pubblicizza questo prodotto – Fries ha portato l’idea di Rajcevic all’estremo ipotizzando uno scenario in cui gli uteri portatili siano talmente normalizzati da diventare un accessorio glamour. In barba all’idea di famiglia eteronormativa e mononucleare, la borsetta/incubatrice si impone nel nostro immaginario sopra un piedistallo, scintillante e pratica e alla portata di tutti. Dietro alla scultura c’è un video in loop con la pubblicità del prodotto, che mostra tanti consumator* felici di riprodursi.

Ecto Sale invita ad apprezzare le caratteristiche del prodotto scrollando su un iPad la nuova collezione; filtri di Instagram in realtà aumentata permettono di provare i tre nuovi design disponibili e scegliere il più adatto al proprio stile. A contatto con la cultura consumistica, l’aspetto liberatorio e inclusivo dell’ectogenesi si vela di una patina di cinismo. Dopotutto, come diceva il biotecnologo Hashem al-Ghaili: «Se puoi ordinare un oggetto con un click, perché non dovrebbe valere lo stesso per un bambino?».

Al-Ghaili è l’ideatore di Ectolife, una campagna che promuove l’ectogenesi con video virali di feti in batteria. Una gestazione su scala industriale ha ben poco a che spartire con la rivendicazione dei corpi portata avanti dall’attivismo femminista; si avvicina di più all’allevamento intensivo. Anan Fries ci mette in guardia rispetto a progetti come questo, ricordandoci che trasformare l’utero in un bene di consumo implica inserirlo in tutte le dinamiche di sfruttamento delle risorse che già conosciamo.

Scorporato dal corpo materno, isolato e ridotto a un semplice elettrodomestico, l’utero diventa estremamente più vulnerabile alle interferenze esterne, e così il feto che vi si trova dentro. In questa veste sarà molto più esposto al controllo non solo dei medici e dello Stato, ma anche delle aziende che l’avranno prodotto. Se già non abbiamo la paternità dei contenuti che pubblichiamo sui social, cosa potremmo dire dei bambini allevati nei dispositivi di un Amazon o un Google? L’invenzione che potrebbe liberarci più di ogni altra cosa non sarà invece quella che ci getterà definitivamente tra le braccia della biopolitica?

Una questione di controllo

Nella storia dell’umanità l’utero è stato sempre percepito come qualcosa di pericoloso e cruciale e gli uomini e le istituzioni hanno sempre cercato di dominarlo. Nel suo saggio “Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria” Silvia Federici documenta ampiamente come il controllo dell’utero sia stato cruciale per la fondazione del capitalismo in Europa fin dal Medioevo. I corpi femminili sono stati ridotti alla funzione di macchine riproduttive ben prima dell’avvento degli uteri artificiali: le donne dovevano produrre forza lavoro per le fattorie e le officine, e carne da macello per le guerre imperialiste. L’ectogenesi – così come le leggi contro l’aborto – si posiziona all’interno della storia capitalistica del lavoro, e aggiungerei io, della sorveglianza.

Laureen Lee McCarthy ha offerto il suo corpo per indagare questo particolare aspetto delle tecnologie riproduttive. Nella serie Surrogate (2021-in corso) l’artista si propone come madre surrogata ad alcune coppie che non possono avere figli. Durante i colloqui ai potenziali genitori viene spiegato che una volta impiantato l’embrione potranno tenere d’occhio le sue condizioni di salute attraverso un’app iOS simile a quelle di life tracking che usiamo già. L’artista l’ha sviluppata appositamente con funzioni che includono il monitoraggio del battito cardiaco, del sonno, dell’attività fisica, dell’apporto di liquidi, dell’alimentazione e del peso, anche della madre surrogata.

Laureen Lee McCarthy, Surrogate, 2021-in corso, screen da video
Laureen Lee McCarthy, Surrogate, 2021-in corso, screen da video
Laureen Lee McCarthy, Womb Walk, dalla serie Surrogate, 2021-in corso
Laureen Lee McCarthy, Womb Walk, dalla serie Surrogate, 2021-in corso

Un calendario condiviso permette ai genitori di seguirla nelle attività quotidiane e condividere via chat immagini e indicazioni in tempo reale, facendoli sentire comunque parte attiva della gestazione. McCarthy si fa incarnazione di quelle dinamiche di raccolta di dati e profilazione che le aziende stabiliscono con i consumatori, colonizzando fin nelle pieghe più intime la loro sfera privata. In questo modo la vulnerabilità del corpo compenetrato dalla tecnologia e la violazione della privacy insita nella struttura dei dispositivi stessi diventano impossibili da ignorare.

Oltre all’app, Surrogate si compone del materiale che documenta questo progetto: riprese dei colloqui, ricerca nei database di donatori di sperma, congelamento degli embrioni, mail e chat che mostrano le interazioni tra tutte le persone coinvolte, in particolare la famiglia dell’artista e il suo psichiatra. Sotto il consiglio di questi ultimi il progetto non è andato oltre questa fase preliminare, ma questo non indebolisce la sua dimensione speculativa e la quantità di domande che porta con sé.

Di volta in volta l’opera può prendere la forma di workshop, videoinstallazioni, talk, oppure performance come Womb Walk, in cui McCarthy indossa un finto utero e cammina per le strade descrivendo quello che vede come se stesse parlando al suo bambino. L’unico che può sentirla in realtà è il pubblico collegato da remoto, che può partecipare controllando i suoi movimenti: basta inviare al pancione il segnale di scalciare a destra per indicare all’artista di svoltare in quella direzione. Questo feto immaginario è l’interfaccia che permette a McCarthy e al suo pubblico di condividere la passeggiata; saranno tali anche i bambini nati realmente da gravidanze surrogate? E come rimediare alla perdita del legame tra madre e figlio?

Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, veduta dell’installazione, 2022
Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, veduta dell’installazione, 2022
Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, veduta dell’installazione, 2020
Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, veduta dell’installazione, 2020
Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, particolare, 2022
Future Baby Production (Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet), UNBORN0X9, particolare, 2022

Così vicini, così lontani

Nel 2016 l’Hôtel-Dieu di Parigi ha avviato un fablab per progettare un eco-stetoscopio open source per smartphone. Nell’impresa ha coinvolto anche il collettivo artistico Future Baby Production, composto da Shu Lea Cheang e Ewen Chardronnet, che hanno colto l’occasione per analizzare come potrebbe cambiare l’interazione madre-figlio nel passaggio dalla gestazione biologica a quella meccanica. UNBORN0X9 è il risultato di questa collaborazione tra arte e scienza: tre uteri artificiali dotati di tubi simili a cordoni ombelicali e di un braccio robotico che si muove sulla superficie eseguendo una scansione del feto.

Feti iperrealistici sono sospesi in acqua per simulare il liquido amniotico; i tubi sono collegati ad altoparlanti che diffondono il suono del battito cardiaco del nascituro nella sala. Un’installazione che è la rappresentazione visiva del futuro cyborg della genitorialità. L’ecografia a ultrasuoni che usiamo comunemente per il monitoraggio dell’embrione e del feto utilizza onde sonore per costruire immagini degli organi e delle strutture corporee; è stata sviluppata per i sonar dei sottomarini durante la guerra ed è entrata negli ospedali negli anni ’60. Non ha perso molto del carattere imperialista degli inizi: la possibilità di vedere ciò che prima era nascosto nel corpo implica inevitabilmente quella di esercitare un dominio ancora più profondo.

Cheang e Chardronnet denunciano questa dinamica di potere trasformandola nel suo contrario: invece che impiegare i dati delle scansioni per monitorare e sorvegliare, li hackerano per convertirli in materiale creativo. Durante una performance le onde sonore vengono trasformate in una partitura e reinterpretate da musicisti e performer, aprendo l’interazione con il feto a nuovi scenari aumentati.

Nonhuman Nonsense, Planetary Personhood, Let Mars be Mars Demo, 2020
Nonhuman Nonsense, Planetary Personhood, Let Mars be Mars Demo, 2020
Screen dal film I Am Mother, 2019, regia di Grant Sputore
Screen dal film I Am Mother, 2019, regia di Grant Sputore

Un concetto simile è stato sperimentato anche da Moon Ribas, un’artista che cyborg lo è già, dopo un impianto che le permette di percepire le oscillazioni sismiche del pianetaLa sua è stata una vera e propria gravidanza aumentata: grazie a una cintura con sensori ad ultrasuoni simile a quelle usate negli ospedali per tracciare il battito cardiaco, l’artista si è dotata di un senso supplementare: Pregnancy Sense (2021). Il dispositivo era collegato a un cellulare che effettuava una chiamata al collega Quim Girón e gli trasmetteva le pulsazioni cardiache del feto e del liquido amniotico attraverso una cuffia a conduzione ossea.

Come il duo stesso ama ripetere, in questo modo “Moon è incinta biologicamente, mentre Quim lo è digitalmente”. Gli artisti hanno voluto condividere questa esperienza con una performance Cyborg Family Concert, in cui Giròn componeva musica a partire da questi suoni e Ribas ci ballava sopra come prima faceva con le onde dei terremoti. L’azione permetteva al pubblico di ascoltare i battiti cardiaci dell’embrione e dei due performer in contemporanea, usando i loro corpi come strumenti. Opere come Pregnancy Sense e UNBORN0X9 non aprono solo scenari sui nuovi tipi di legami che si produrranno nelle gravidanze tecnologicamente mediate, ma riflettono su come stabilire un’intimità fisica che gli uteri artificiali non ci potranno dare.

L’idea stessa di ectogenesi è pensabile solo a partire da un presupposto: che madre e figlio siano due entità separate e separabili, e quindi che l’utero sia solo un contenitore. Quando questo scenario si profilerà davvero, che effetti potrà avere sullo sviluppo di un bambino il fatto di essere stato allevato all’interno di una macchina, orfano del legame con la sua madre biologica? Stando a I am Mother, film del 2019 in cui un robot alleva un bambino nella speranza di creare un’umanità migliore di quella che si è appena estinta, va tutto bene finché non salta la corrente. La sci-fi designer Lucy Mc Rae invece è convinta che la mancanza di contatto fisico influirà sulla salute mentale dei bambini ectogenetici e ha immaginato un sistema analogico per risolvere questo problema.

Lucy Mc Rae, Heavy Duty Love, 2021, veduta dell’installazione alla Biennale Architettura di Venezia
Lucy Mc Rae, Heavy Duty Love, 2021, veduta dell’installazione alla Biennale Architettura di Venezia
Lucy Mc Rae, Heavy Duty Love, 2021, particolare
Lucy Mc Rae, Heavy Duty Love, 2021, particolare

Il tatto è tra i primi sensi che sperimentiamo nel grembo materno, si svilupperà anche in persone a cui manca questa esperienza? Alla Biennale Architettura del 2021 l’artista ha presentato Heavy Duty Love, una struttura a due valve fatta di cuscini imbottiti, sagomati e componibili in modo da poter inglobare una o due persone con lo stesso comfort dell’ambiente uterino. Se è vero quello che sostengono imprenditori e scienziati e gli uteri artificiali saranno una realtà tra qualche decina d’anni, presto un oggetto del genere potrebbe diventare un arredo essenziale delle nostre case.

L’artista ha progettato anche Future Sensitive Human, un marchio di moda per persone nate in provetta o da manipolazioni genetiche; una collezione di indumenti concepiti per tutelare la psiche di chi li indossa trasmettendo forza e sensibilità. Se dei tessuti da campeggio con cuciture solide e chiusure a strappo bastino a compensare la perdita di intimità tra madre e figlio è ancora tutto da vedere, ma se le cose dovessero andare proprio così male, almeno sapremo come vestirci.

Uteri postumani

Crescere all’interno di un ambiente sintetico potrà portare a delle forme di commodificazione non solo della psiche, ma anche della biologia umana? Secondo uno studio pubblicato nel 2021 con il titolo “Plasticenta”, possiamo già rispondere di sì. La ricerca si focalizza sulla propagazione delle microplastiche – particelle invisibili a occhio nudo derivate dalla degradazione della plastica nell’ambiente – all’interno del corpo umano, e in particolare della placenta. Negli ultimi tempi gli studi sulla placenta si sono moltiplicati per la sua importanza cruciale nello sviluppo del feto: stabilisce una divisione tra il suo corpo e quello della madre, ma allo stesso tempo gestisce gli interscambi tra i due permettendo il passaggio del nutrimento, lo smaltimento delle sostanze di scarto e la protezione dalle tossine che potrebbero minacciarne la sopravvivenza.

In quattro campioni su sei di placenta esaminati, gli scienziati hanno trovato frammenti di microplastiche derivate da smalti per unghie, cosmetici, imballi, vestiti ecc; tracce delle stesse particelle sono state rilevate anche nel sangue e nel latte materno. Lo studio dimostra quanto la plastica riesca a spostarsi dall’ambiente agli organismi viventi, fino a penetrare nel loro  materiale costitutivo più intimo, le cellule, e quanto i nostri corpi siano già intrisi di alterità.

L‘artista Sara Bonaventura ha dedicato diversi lavori a raccontarci quanto non siamo solo circondati, ma anche permeati dalla tecnologia. Per il suo progetto di tesi finale dell’hybrid semester del Transmedia Research Institute, ha preso a prestito il titolo Plasticenta per mostrare come un embrione non sia mai composto solo da cellule umane, ma da un misto di cellule biologiche e entità inorganiche. Supervisionata da Giulia Tomasello, ricercatrice e bioartista, Bonaventura, che invece è videomaker di formazione, si è chiusa in laboratorio a sperimentare con bioresine, gel biodegradabili, ultrasuoni, camere endoscopiche, e ne è uscita con una simulazione CGI a 360° che mostra delle membrane mucose con cui il pubblico può interagire grazie a un touch screen.

L’opera è stata presentata nell’ambito del progetto che Umanesimo Artificiale ha curato per Pesaro 2024, accompagnata da una lecture performativa in cui l’artista, avvolta in una mise tentacolare, invitava il pubblico a considerare la placenta non più come un contenitore, ma come un’interfaccia. Mentre lo studio del 2021 ha cercato di stabilire in che modo il corpo si adatti alle microplastiche e quale sia il loro livello di tossicità, il progetto di Bonaventura approccia questa relazione dal punto di vista culturale, trattando questi intrecci come un’occasione per stabilire nuove modalità di cura. Plasticenta riflette su presenti e futuri tipi di legami, o per meglio dire parentele, che stabiliremo con le entità non viventi che ci compongono. L’opera cerca di indagare fino a che punto possiamo parlare di contaminazione e quando invece possiamo iniziare ad accettare la transcorporeità come nostra condizione esistenziale.

Sul tema delle parentele una suggestione arriva di nuovo dal portfolio di Ani Liu, che con la speculazione si è spinta ben oltre alla Consumerist Pregnancy di cui ti ho parlato sopra. Desiderosa di delineare uno scenario di interazione e cura tra esseri umani e non umani attraverso il potere del design, ha creato The Surrogacy (bodies are not factories) (2019-2022), un’installazione che si chiede cosa succederebbe se l’ectogenesi avvenisse nel corpo di un animale invece che di una macchina.

Sara Bonaventura, Plasticenta, particolare della lecture/performance, Pesaro, 2024
Sara Bonaventura, Plasticenta, particolare della lecture/performance, Pesaro, 2024
Ani Liu, The Surrogacy (bodies are not factories), 2019-2022
Ani Liu, The Surrogacy (bodies are not factories), 2019-2022

L’opera si concretizza in un maiale in stampa 3D: una scultura trasparente che lascia intravedere un organo uterino in cui sono alloggiati tanti piccoli feti umani. Con un patrimonio genetico adeguatamente modificato nel futuro i suini non saranno più allevati solo per nutrirci e fornirci organi per i trapianti, ma anche per dare alla luce i nostri figli. Il manufatto è figlio della fascinazione di Liu per il concetto di gravidanza interspecifica, una pratica studiata anche nei laboratori, che sembra sollevare più questioni di quante ne risolva. L’artista si chiede: se questa tecnologia venisse impiegata per incubare noi, oppure specie a rischio di estinzione, la valuteremmo diversamente? Questa domanda non è prematura: la Colossal Bioscience, un’azienda texana che vola basso e si è data come mission riportare in vita le specie estinte, per raggiungere questo obiettivo non sta lavorando solo con le provette ma anche con l’ectogenesi. Il tema della de-estinzione è legato alla corsa agli uteri artificiali almeno quanto la space economy e i deliri transumanisti.

A differenza degli uteri della Colossal, The Surrogacy è una provocazione che solleva questioni etiche legate al ricorso alla maternità surrogata e ci ricorda che i governi continuano ad essere avidi di corpi nonostante la crisi climatica globale. L’artista e designer Ai Hasegawa ha affrontato questo paradosso provando a immaginare un’inversione dei ruoli: aprire la gestazione umana ad altre specie. Dopotutto, come insegna il Manifesto Xenofemminista: “if nature is unjust, change nature!”: vedere la natura come un dato di fatto statico e immutabile non ci ha mai portato da nessuna parte. Le pratiche a cavallo tra arte e scienza e il design speculativo ci allenano a una comprensione della natura per quello che realmente è: qualcosa in continuo cambiamento.

Partendo da questo presupposto Hasegawa ha indagato le modalità con cui una donna potrebbe dare vita a una specie marina a rischio di estinzione con l’ausilio della biologia sintetica. Conscia del problema del sovrappopolamento, dell’incrementale scarsità di risorse e di cibo, ma anche della nostra irresistibile voglia di tramandare i geni, l’artista si è chiesta cosa succederebbe se invece di replicare noi stessi potessimo ripopolare la fauna del pianeta, oppure, perché no, produrre la carne di cui non riusciamo a smettere di cibarci. Allevare in grembo un animale di un’altra specie cambierebbe il nostro approccio predatorio portandoci finalmente a considerarlo carne della nostra carne? Dare alla luce un vitello potrà compensare tutte le vite sacrificate per il nostro nutrimento?

Ani Liu, The Surrogacy (bodies are not factories), particolare, 2019-2022
Ani Liu, The Surrogacy (bodies are not factories), particolare, 2019-2022
Materiale promozionale dell’azienda Colossal Bioscience
Materiale promozionale dell’azienda Colossal Bioscience

Tutte queste domande confluiscono nel progetto I Wanna Deliver a Dolphin (2011-2013) in cui Hasegawa, coadiuvata da esperti ed embriologi, ha studiato le condizioni di possibilità per la gestazione di un esemplare di delfino di Maui, una delle specie più piccole e rare del pianeta, minacciata dalla pesca intensiva. Questo cetaceo ha più o meno le dimensioni di un bambino ed è considerato una delle creature più intelligenti del mare.

Esposta per la prima volta alla Science Gallery di Dublino, I Wanna Deliver… presenta un modello anatomico di un ventre gravido sezionato a metà, con all’interno un feto di delfino; la scultura è accompagnata da infografiche e materiali che illustrano come questa gravidanza sia scientificamente possibile. I ricercatori che hanno affiancato Hasegawa si sono concentrati soprattutto sulla placenta, studiando come modificarla in modo da bloccare il rigetto da parte del corpo materno. Il risultato è Synthetic Dolp-human Placenta, una membrana sviluppata direttamente dall’embrione di delfino e modificata in modo da difenderlo dall’attacco degli anticorpi umani, permettendo il passaggio solo di ossigeno, ormoni e nutrienti.

Lo spiegone è accompagnato da un video che strizza l’occhio al passato da subaquea di Hasegawa: una ragazza immersa sott’acqua che dà alla luce un piccolo delfino. Dopo averlo nutrito con del latte artificiale, nuota con il cucciolo per allenarlo ad orientarsi con gli ultrasuoni e a sopravvivere almeno fino al momento di essere trasformato in sushi. Il parto sott’acqua che da tante madri è considerato il non plus ultra del parto naturale qui si converte in un dispositivo per mettere in discussione l’idea stessa di natura.

Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, screen da video, 2011-2013
Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, screen da video, 2011-2013
Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, infografica, 2011-2013
Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, infografica, 2011-2013
Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, particolare dell’installazione, 2011-2013
Ai Hasegawa, I Wanna Deliver a Dolphin, particolare dell’installazione, 2011-2013

Il lavoro di Hasegawa ci mostra non solo quanto abbiamo in comune con le altre specie, ma anche che quella che abitiamo è in realtà una tecnonatura in cui i processi biologici si intrecciano continuamente con le nuove tecnologie. Tra le varie forme di procreazione possibili, un giorno troveremo anche quella interspecie? Per nostra fortuna forse non lo sapremo mai, ma quello che è certo è che niente come l’unione tra arte e biologia sintetica riesce a dissolvere il divario tra natura e cultura dietro il quale ci siamo barricati.

Sulla bibliografia potrei dilungarmi ore, qui mi limito ai must read: