Segue aperitivo

INBTWN-In Between. Nuovi modi di abitare gli spazi

Il primo degli articoli che ho scritto durante il lockdown era dedicato alle indagini artistiche sulla telepresenza. L’idea nasceva da una constatazione molto banale ma densa di conseguenze, cioè che ormai era diventato impossibile fare finta che lo spazio online fosse una succursale mal riuscita di quello fisico. Detta in positivo, finalmente stava venendo a cadere uno dei binarismi più duri a morire dacché l’internet è nato: quello tra reale e virtuale, dove virtuale diventava non si sa come anche sinonimo di digitale.

Come se il digitale fosse una sorta di sogno lucido, come se quando ci connettessimo in rete vivessimo una specie di allucinazione. Questa impressione nasce da vari fattori, tra i quali spiccano la nostra pressoché totale ignoranza delle caratteristiche dello spazio digitale, la difficoltà di padroneggiare gli spostamenti tra queste due dimensioni e il disorientamento causato dalla coscienza tardiva del nostro stato di iperconnettività.

 

Julien Prévieux, What Shall We Do Next? (Sequence #2), HD video (film still), 2014

Oggi però Internet non è più confinato solo agli schermi dei nostri pc, e tanto meno possiamo dire che ciò che capita quando siamo in rete non sia altrettanto reale di quello che facciamo quando usciamo di casa. Noi viviamo in una condizione liminale, al confine tra online e offline, in quello stato che Antonio Caronia aveva già descritto negli anni Novanta con il concetto di corpo disseminato, cioè un corpo indeciso tra la sua materialità fisica e lo spaesamento dato dalla possibilità di abitare una realtà remota.

Da queste stesse constatazioni è nato il progetto che Claudia D’Alonzo ha curato per XL, il nuovo format della Centrale di Fies; si chiama INBTWN – In Between e si configura come una rassegna di interventi artistici che riflettono sulla relazione che il corpo umano instaura con le nuove tecnologie. INBTWN è una successione di 4 eventi online, si svolge quindi in uno spazio digitale, che viene sfruttato nella sua caratteristica principale, la versatilità, trasformandosi di volta in volta.

IOCOSE, Pointing at a New Planet (2020), film still, courtesy the artist

La prima ha preso in considerazione il rapporto dell’uomo con lo spazio tradizionalmente inteso ospitando Pointing at a New Planet (2020), un video in animazione 3D di IOCOSE che si ispira alla retorica messianica di Elon Musk, in piena febbre di viaggi su Marte. L’opera è composta da materiali recuperati in rete e mostra il paesaggio del pianeta rosso sotto l’enorme indice del CEO di SpaceX, puntato verso un indefinito quanto millantato futuro di colonizzazione interplanetaria. Il sonoro è un collage delle dichiarazioni propagandistiche delle conferenze stampa di Musk tradotte in loop in forma di karaoke.

A fine luglio la curatrice Elena Biserna e l’artista Anna Raimondo hanno trasportato sul sito di INBTWN le loro ricerche sui generi e i corpi presentando Ascoltare Attraverso, un’operazione giocata sul passaggio continuo tra dimensione fisica e digitale, che combinava un intervento radiofonico con un podcast e delle partiture da scaricare. L’obiettivo era invitare i visitatori ad un ascolto attraverso la carne, al di là di binarismi, gerarchie e relazioni di potere.

L’opera che puoi vedere sul sito fino al 31 ottobre invece è quella di Julien Prévieux e riassume gli ultimi 10 anni di ricerca dell’artista francese sul rapporto tra tecnologia e gestualità. Il video What Shall We Do Next? (Sequence #2) (2014), è parte di un progetto che gli è valso il premio Marcel Duchamp nello stesso anno, in cui un gruppo di performer esegue coreografie fatte di movimenti estrapolati dal loro contesto, come quelli che facciamo abitualmente quando usiamo i device elettronici o gli headset per videogame.

Automatismi come scroll, swipe-up, scorrimenti di polpastrelli per ingrandire lo schermo, typing e altro si intrecciano tra loro creando una coreografia del quotidiano che diventa ipnotica. Durante la performance una voce fuori campo racconta una serie di torbide storie di copyright e corpi, di progetti depositati e/o rimasti sulla carta.

Julien Prévieux, What Shall We Do Next? (Sequence #2), HD video (film still), 2014

Si parla della disputa in seno alla Martha Graham Dance Company per rivendicare i diritti sulle coreografie dell’artista, di quella riguardo all’originalità dello “slide to unlock”, di come le macchine sono educate a leggere e classificare i nostri gesti e di quel meraviglioso strumento chiamato Theremin, un sintetizzatore attivato a distanza attraverso il movimento del corpo; si cita Douglas Adams e le malattie provocate dall’uso reiterato di dispositivi elettronici.

Cos’hanno in comune tutti questi racconti? Mostrare come quelle che siamo abituati a chiamare “natural user interfaces” di naturale abbiano poco o niente. Il rapporto con un’interfaccia digitale può apportare modifiche comportamentali delle quali non siamo consapevoli, almeno finché non ce le troviamo davanti rimesse in scena da sei ragazzi vestiti da American Apparel.

Julien Prévieux, What Shall We Do Next? (Sequence #2), HD video (film still), 2014

Liberandoli in uno spazio neutrale, Prévieux cerca di restituire a questi gesti la loro autonomia, di scollegarli dal dispositivo da cui sono stati innescati e quindi dal rapporto con le tech company che li hanno brevettati. Perché questo succede quando viene depositato il brevetto di un nuovo dispositivo, che non si rivendichi la proprietà solo della tecnologia, ma anche delle sequenze di azioni che verranno compiute dagli utenti che la useranno.

Di conseguenza Apple, Google e compagnia non sono solo responsabili di come ti muovi, ma hanno la proprietà dei tuoi atteggiamenti anche molto prima che tu abbia iniziato ad assumerli. Il database da cui Prévieux ha attinto per comporre le partiture di gesti interpretate dai performer è quello dell’USPTO (United States Patent and Trademark Office) ed è disponibile accanto al video. Hai così di fronte a te un archivio dei gesti che farai da qui ai prossimi anni e delle aziende a cui potrai dare la colpa.

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