Sei tipi di pelle che non si scotteranno al sole

Se gran parte della popolazione occidentale non scambierebbe la propria abbronzatura neanche con un abbonamento a Netflix, un’altra sarebbe disposta anche a non uscire di casa pur di non doversi sottoporre alle torture dell’esposizione al sole.

Fin qui tutto bene, le solite ovvietà, se non fosse che tra non molto questi due schieramenti potrebbero non avere più alcun senso di esistere, rimpiazzati da un tipo di pelle che non ci farà più soltanto da involucro, ma ci aiuterà attivamente a migliorare il nostro rapporto con l’ambiente esterno, risparmiandoci un sacco di seccature.

A tutti quelli che continuano a dire che l’arte contemporanea è lontana dalla realtà, dedico una lista che dimostra che gli artisti sono molto più sensibili ai nostri problemi di pelle di quanto possa sembrare, e molto più utili dei consigli di Donna Moderna nel risolvere i dilemmi atavici della nostra specie.

1. Pelle liquida

 

Per quanto riguarda l’epidermide Pamela Rosenkranz meriterebbe quasi una laurea ad honorem in dermatologia perché, anche senza averne mai sfiorata una cellula, non c’è opera che produca che non abbia a che fare più o meno direttamente con questo materiale. In particolare l’artista è ossessionata dal suo colore, quella tonalità rosa pallido tipica della carnagione occidentale nordeuropea che è entrata nel mito con la pittura Rinascimentale, e oggi fa il successo commerciale di milioni di prodotti di bellezza.

Pamela Rosenkranz, Our product, 2015, particolare.

Questa ossessione ha raggiunto livelli d’allarme due anni fa, quando alla Biennale di Venezia la giovane Rosenkranz ha riempito di un liquido color carne una sala del Padiglione Svizzera, realizzando la prima piscina al mondo in cui nessuno avrebbe voglia di tuffarsi. Our product, installazione composta da una sostanza sintetica di origini ignote, introduce un’ipotesi di sviluppo per una pelle già plasmata da secoli di creme idratanti, scrub e radiazioni, e invita i visitatori a considerarla come un materiale fluido e in movimento.

2. Pelle multicolore

 

Contro la scelta obbligata tra il rosa pallido da ninfetta del nord e il bruno dorato da lettino abbronzante, si schiera Lucy McRae: stilista, artista sci-fi, architetto del corpo e regina del trasformismo cutaneo, si è inventata più tipi di pelle lei negli ultimi anni che Madre Natura in tre ere geologiche. I suoi progetti, di cui vi avevo già fatto un esempio in tempi non sospetti, hanno sempre esiti spettacolari e affascinanti. nonostante lascino giusto un po’ perplessi dal punto di vista della praticità.

Ecco quindi due video che ci mostrano che effetto farebbe se avessimo una pelle interattiva e arcobaleno: Chlorophyll Skin e Peristaltic Skin Machine. Il primo, che in pratica è un inno all’uso dei cotton fiock, è una sorta di test sulle capacità di assorbimento dei vari pigmenti, ed è stato realizzato con l’artista Mandy Smith in occasione dell’Amsterdam Fashion Week; il secondo, prodotto in collaborazione con Mike Pelletier per il Transnatural Festival del 2010, è una sorta di sistema circolatorio supplementare fatto da tubi di plastica trasparente, in cui scorre del liquido multicolore pompato a diverse velocità.

 

Per vincere la noia di un’epidermide tono su tono e sempre uguale a sé stessa si battono anche Lisa StohnJhu-Ting Yang, due cervelli dell’Artificial Skins and bones design group di Berlino, un collettivo di designer con un debole per le superfici interattive.

Indecisi se amare di più i corpi con innesti artificiali o le macchine con innesti biologici, i due hanno concepito Visible strenght, una pelle sintetica ispirata ai polpi. Questo tessuto è in grado di cambiare colore e disegno in base agli stimoli dei muscoli corporei e sancisce la fine delle reazioni cutanee incontrollate, permettendo all’uomo di decidere quando arrossire.

Lisa Stohn e Jhu-Ting Yang, Visible Strenght, 2016, dettaglio.

3. Pelle multietnica

 

Parlando di pelle multicolore, non posso non citare anche uno degli ultimi progetti di quel soggettone di Orlan. Dopo essersi tagliuzzata, ricucita, deformata e ibridata in tutti i modi possibili, Orlan ha finalmente raggiunto la forma fisica ideale e negli ultimi anni si è messa a tormentare la propria pelle ad un livello più sottile, passando in grande stile dalle sale operatorie ai laboratori di ricerca. In questo salto di qualità l’accompagna Arlecchino, un soggetto già molto celebrato dalla storia dell’arte, ma di sicuro mai in questa maniera.

Orlan, Harlequin Coat, 2007, particolare.

Diventato ormai una sorta di alter ego dell’identità caleidoscopica dell’artista, questa volta il paladino della Commedia dell’Arte le presta le losanghe per realizzare una sorta di patchwork frankesteiniano. Nella pratica infatti Harlequin Coat non è altro che un mantello multicolore, solo che invece che da pezzi di stoffa è composto da campioni di pelle di diverse origini etniche, chiusi tra due pannelli di plexiglas colorati.

I vari esemplari sono appositamente coltivati in vitro mescolando le cellule dell’artista con le peggiori cose (retine di scimmia, tessuto muscolare di topo e lingua di coniglio, solo per citarne alcuni) in un mix ottimo anche contro il malocchio. A differenza dei nostri governi, Orlan prende terribilmente sul serio il concetto di “multiculturalismo” e “integrazione”, proponendo per il futuro una cute mista, un colpo di genio che potrebbe risolvere per sempre anche qualsiasi conflitto razziale.

4. Pelle batterica

 

Più che creare una nuova pelle, Sonja Baumel ci tiene a renderci consapevoli di quella che abbiamo, e in particolare della patina di batteri che la ricopre. Quello che siamo abituati a liquidare come un semplice scambio di germi, è la traccia più significativa del nostro rapporto con il mondo, e riassume la relazione del nostro corpo con l’ambiente esterno testimoniando la loro costante, invisibile, interrelazione.

(In)visible membrane: life on the human body and its design applicationsè uno studio delle forme di vita che ci ricoprono a nostra insaputa e costituiscono una sorta di seconda pelle. Decisa a ridare dignità anche a questo strato, per la sua tesi di laurea alla Design Academy di Eindhoven Sonja ha deciso di mappare la distribuzione dei vari microorganismi e realizzare delle superfici indossabili a loro immagine e somiglianza.

Sonja Bäumel, Crocheted Membrane, 2008/09

Sferruzzando come se non ci fosse un domani Baumel ha creato delle membrane indossabili, capaci di agevolare l’interscambio tra interno ed esterno: Chrocheted Membrane sono calze, guanti e cappellini realizzati all’uncinetto, che sulle prime lasciano un po’ a desiderare, ma che in realtà battono anche quelli che abbiamo nell’armadio. Tutto questo è possibile con un’astuzia: la maglia si fa più fitta nelle zone in cui il calore corporeo è minore: un’economia di mezzi che fa tesoro di quanto imparato dai batteri.

5. Pelle mobile

Lining Yao, Second Skin, 2016, dettaglio.

Da segnalare la presenza dei batteri a impiegarli in qualcosa di utile il passo è breve, e in questo il team di Lining Yao ha avanzato di molto la ricerca di Baumel portando il discorso su un altro livello di artigianalità. Nei laboratori del Tangible Media Group i batteri (in particolare quelli del ceppo Bacillus Subtilis, celebre per la sua capacità di contrarsi o espandersi in base all’umidità) incontrano la tecnologia e danno vita ad un nuovo tipo di tessuto intelligente, che supporta la nostra epidermide naturale nella complicata gestione della sudorazione.

Il risultato di questo lavoro è Second Skin, una t-shirt fatta di microorganismi, distribuiti soprattutto in corrispondenza di fessure sui punti cruciali e utilizzati come sensori:  quando lo sforzo fisico è maggiore si sollevano, garantendo un’immediata sensazione di freschezza come tutte le ali che si rispettino.

6. Pelle intelligente

 

Ho parlato di calore e come non correre subito con il pensiero all’annoso tema del surriscaldamento globale? Prevedendo molto prima del G7 che i politici di mezzo mondo non sarebbero riusciti a cavare un ragno dal buco, il gruppo 3D Acktivist, nella sua antologia scaricabile in pdf ha incluso anche un progetto che, se non ci permetterà di risolvere il problema, almeno ci aiuterà a conviverci scongiurando l’estinzione.

 

A pagina 42 del 3D Acktivist Cookbook, tra opere realizzate prendendo il concetto di tecnologia creativa un po’ troppo alla lettera, ecco quindi la Biointelligent membrane, che promette una protezione completa contro gli effetti nocivi del riscaldamento globale, previsti in un lontano 2100. In questo secolo i ghiacci polari saranno ormai completamente sciolti e l’Europa vivrà una seconda era glaciale, mentre gli Stati Uniti saranno completamente desertificati sotto ondate di calore.

In un clima del genere potremmo essere davvero in difficoltà a decidere cosa metterci addosso, ma almeno potremo beneficiare di una membrana fatta di Escherichia Coli geneticamente modificati e altamente responsive, capaci di reagire in tempo reale agli sbalzi di temperatura. Quando la colonnina di mercurio sprofonderà sotto lo zero, questi microorganismi saranno in grado di produrre nuovi strati di fibre che si sovrapporranno uno sull’altro e convoglieranno la luce del sole sul corpo, rendendolo anche impermeabile.

In caso invece il calore dovesse raggiungere i picchi di questi giorni, la stessa membrana potrà coprirsi di una superficie opaca che neutralizzerà i raggi del sole deviandoli dove non saranno più in grado di nuocerci. La membrana, al pieno della sua biointelligenza, saprà anche lubrificarsi per mantenere il corpo in costante livello di idratazione, e rarefarsi per agevolare la respirazione corporea ogni volta che il termometro dovesse superare i livelli di guardia.

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