Carolee Schneemann Leone d’Oro alla carriera: sì, ma quale?

Il Leone d’Oro alla carriera di questa edizione della Biennale, si sa, è andato a Carolee Schneemann. Motivazioni: pioniera della performance femminista, madrina della body art, ha trasformato il corpo femminile da semplice oggetto da svestire e rappresentare a strumento attivo del fare artistico e fucina di creatività.

Fantastico, ma quindi in sostanza chi è Carolee Schneeman e cosa l’ha resa così celebre esattamente? Un’artista che per gli addetti ai lavori ormai non ha più segreti, a cominciare dal corpo, che ha davvero mostrato fin da subito con una libertà assoluta e assolutamente invidiabile, ma che ai meno esperti può ancora regalare grandi sorprese.

Ma iniziamo dal principio.

Nata a Fox Chase, in Pennsylvania, un paesotto che Wikipedia mi informa avere poco più di 20 mila abitanti, la signora che vedete qui sopra ha iniziato a disegnare a cinque anni sulle scatole delle medicine del padre. Il padre come spesso accade non era molto contento che la prima donna istruita della famiglia studiasse arte, ma non poté nulla contro una borsa di studio al Bard College di New York.

E cosa poteva accadere nella Grande Mela ad una ragazza che già si era mostrata piuttosto esuberante a Fox Chase? Durante gli studi a quanto pare niente di particolare. a parte posare nuda come modella per gli autoritratti del suo ragazzo di allora, il compositore di musica sperimentale James Tenney; finché non arrivarono gli anni ’50 ed iniziò a fare sul serio con la pittura, realizzando una serie di opere in equilibrio tra l’Espressionismo Astratto e il New Dada.

Contro l’astrazione del corpo femminile

Mentre si teneva occupata con queste attività, Carolee non poteva far a meno di notare come le colleghe artiste fossero reticenti e pudiche nel fare uso del proprio corpo: furono proprio queste considerazioni a trasformarla in una delle prime artiste femministe della storia.

Dopo essersi spogliata anche per il collega Robert Morris nell’opera Site, una performance in cui ha reinterpretato l’Olympia di Manet distesa su un pannello di compensato, deve aver capito che per una donna quella del voyeurismo era davvero l’unica strada.

Robert Morris, Site, 1964. Fotografia della performance al Surplus Dance Theater di New York.

Il punto di rottura con l’arte a due dimensioni lo ha segnato in particolare un’opera del 1963, Eye Body, che l’ha affrancata dalla pittura verso una nuova forma ibrida del fare artistico, una via di mezzo tra performance e installazione a cui ha dato il nome di “kinetic theatre”. Nonostante questo sforzo linguistico in realtà Carolee non ha mai voluto essere definita nient’altro che pittrice, e ci tiene a sottolineare che tutto quello che ha fatto con gli altri media e il proprio corpo era soltanto un’estensione di quei principi.

Eye Body vuole essere soprattutto una costruzione pittorica a tre dimensioni: per l’occasione la Schneemann ha arredato il proprio loft con alcuni pannelli dipinti, corredandoli di oggetti come specchi rotti, ombrelli meccanici, piume e serpenti da giardino. Poi si è spogliata e se li è messi addosso, e ha posato diverse volte, fino a realizzare una serie di 36 fotografie che la ritraggono adagiata al centro di tutto questo delirio, oggetto tra gli oggetti.

Prima di fare spallucce alla banalità di questa operazione – infondo al giorno d’oggi chi non si è ricoperto di tutto pur di attirare l’attenzione –  considerate che all’inizio degli anni ’60 gli hippie erano solo all’orizzonte e gli assemblaggi si erano visti solo sulle tele. Un modo quindi per far entrare il corpo femminile nello spazio pittorico, ma non come l’hanno sempre fatto gli uomini.

Carolee Schneemann, Eye Body: 36 transformative actions, 1963.

Le gioie della carne

Continuando a prendere alla lettera il connubio tra pittura ed azione con Meat Joy, che maschera un’orgia fetish con la scusa di una celebrazione della materialità della carne, Carolee ha segnato il suo trionfale ingresso nel mondo della celluloide e della performance, forte delle amicizie fortuite strette grazie al compagno James: Allan Kaprow, Jim Dine, Claes Oldenburg e John Cage, giusto per citarne qualcuno.

Con questo background Schneemann era pronta per il suo primo film erotico Fuses, che celebra l’apporto fondamentale del partner nella sua vita riprendendo un rapporto sessuale particolarmente sbottonato tra i due, condito da elementi para-pittorici come collage, sovrapposizione, pittura, montaggio e burning,

Un precedente di spessore tale da eclissare qualsiasi filmino amatoriale di Belen, anche considerato che alcuni anni dopo Fuses ha vinto perfino un premio a Cannes come primo film porno astratto e non “fallocentrico” della storia.

Carolee Schneemann, Fuses, 1965, film still.

Dopo aver sdoganato la libertà sessuale nel cinema ed aver rotto con il focoso Tenney, la signora che vedete in cima alla pagina ha dedicato gli anni ’70 a colonizzare anche il mondo della body art, con performance arcinote come Interior Scroll e Up to Including Her Limits.

Nella prima Carolee si presenta al pubblico in piedi in cima ad un tavolo, con addosso solo qualche linea di pittura, e sorprende tutti con un trucco da prestigiatore: si estrae pian piano un rotolo di carta dalla vagina ed inizia a leggere a voce alta quello che c’è scritto sopra. Il contenuto ovviamente non è sullo stile dei Baci Perugina o del biscotto della fortuna, ma una riflessione sul ruolo cruciale dell’ organo riproduttore femminile.

 

Carolee Schneemann, Interior Scroll, 1975, fotografia della performance.

Con Up to Including Her Limits  invece l’artista abbandona tutte le certezze della terraferma e si presenta appesa come un salame sopra una tela gigante, armata di gessi colorati, tentando di realizzare un’opera d’arte in queste condizioni.

Librandosi nel vuoto per diverse ore Carolee sfida le vertigini e le convenzioni sociali solo per dare del filo da torcere a Jackson Pollock e Willem De Koonig, e in effetti, che dire, più azionismo di così si muore.

In questo modo da oggetto di desiderio e prevaricazione sessuale il suo corpo si è trasformato in una specie di pennello di carne, con esiti comunque non inferiori a quelli che i colleghi uomini hanno raggiunto stando in piedi sulle proprie gambe.

Carolee Schneemann, Up to and Including Her Limits, 1973 -1976, fotografia della performance.

Morte, vulve e baci infiniti

Dopo erotismo e corpo oggetto, l’animal sembra quasi una naturale evoluzione; quindi nel 1981 ecco Infinity Kisses (qui in versione The movie), una serie di 140 baci fotografici con il suo gatto che ha sciolto il cuore di milioni di animalisti. Nonostante il povero Cluny sembri accogliere tutto di buon grado, di fronte a queste effusioni è impossibile rimanere impassibili e soprattutto non chiedersi se sia un comportamento normale.

Quella di Carolee è una perversione o solo un’intima, struggente dimostrazione d’affetto?In realtà nessuna di queste due cose, ma semplicemente un’indagine sull’interazione del non-umano nel nostro universo erotico. Una riflessione sull’amore tra specie diverse che nemmeno Licia Colò avrebbe saputo fare con altrettanta passione.

Al di là di questo momento di debolezza, negli ultimi vent’anni Schneemann ha saputo passare dall’analisi semiotica della vulva in Vulva’s Morphia a quella della morte in Mortal Coils e in Vesper pool, opere in cui le preoccupazioni della vecchiaia cominciano già a farsi sentire, ma riuscendo comunque ad assistere da viva alla sua prima retrospettiva al New Museum of Contemporary Arts nel 1996.

Non solo, negli anni successivi progetti di questo tipo sono stati riproposti da molte altre importanti istituzioni museali, a cominciare dal MoMA Ps1 con la mostra Kinetic Painting  tuttora in corso. In attesa che tutto ciò accada anche in Italia, se quello che ho scritto non vi ha dissuaso del tutto e volete toccare con mano, fino a novembre potete vedere qualche video dell’artista proprio a Venezia, all’interno della collettiva Body and Soul: Performance Art – Past and Present, di cui credo riuscirò a scrivere anche due righe nel prossimo articolo.

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