Damien Hirst: ovunque, con chiunque, sempre, per sempre, adesso.

“I can’t understand why most people believe in medicine and don’t believe in art, without questioning either.” – Damien Hirst

E così ci siamo, i giorni di attesa sono finiti. Dopo mesi di filmati subacquei sempre troppo brevi, con sommozzatori intenti ad estrarre strani oggetti dal fondo dell’Atlantico, dopo i silenzi della Fondazione Pinault e lo sterco degli animalisti (depositato preventivamente, per far presente a tutti che c’è chi non dimentica) ecco che finalmente Palazzo Grassi e Punta della Dogana aprono i battenti sulla nuova personale di Damien Hirst, Tresures from the wreck of the unbelievable. Se come me l’avete già segnata in agenda (in caso contrario avete tempo fino a dicembre per rimediare) ecco due o tre cose che è bene sapere sul nostro eroe in attesa delle abluzioni nella balsamica aria lagunare.

Figlio di un meccanico e di una cattolica praticante, Damien Hirst nasce nel 1965 a Bristol, per poi passare l’intera infanzia nella periferia di Leeds. Leeds negli anni Settanta doveva essere un posto terribile per un ragazzino, tanto che da adolescente, invece di prendersi le prime sbronze come tutti i suoi coetanei, il giovane Damien passa i pomeriggi immerso nei libri di patologia illustrati, tra sezioni di ghiandole e cellule tumorali. Non è escluso che sia questa una delle ragioni per cui il padre se ne andrà di casa, abbandonandolo con la madre alla tenera età di 12 anni.

Damien Hirst, With Dead Head, 1981

Lo scatto che vedete qui sopra risale all’incirca a questo periodo di formazione: con un’opera dal titolo che non lascia spazio all’immaginazione, Damien Hirst entra a piè pari nel mondo dell’arte posando nell’obitorio della scuola di anatomia del paese con una testa mozzata, con la quale mostra fin da subito estrema dimestichezza e familiarità. Da allora l’interesse per il deperimento fisico, specie quello altrui, sembra non averlo mai più abbandonato.

Oltre alle immagini di polpi e infezioni virali e al disegno dal vero di cadaveri, un’altra passione di Damien sono i piccoli furti, tanto che si può dire che la sua prima buona azione in vita sia stata la mostra Freeze, organizzata nel 1988 mentre è allievo della Goldsmiths University di Londra. Creando scandali come nel Regno Unito non se ne vedevano da tempo, Freeze riunisce le opere più irriverenti e provocatorie di quel gruppo di giovani talentuosi che oggi la critica etichetta con il nome di Young British Artists.

L’anno successivo l’incontro con il magnate e collezionista Charles Saatchi dà a Hirst la possibilità di argomentare il tema del corpo morto con un’opera che diventerà subito una pietra miliare, intitolata L’impossibilità fisica della morte nel pensiero di qualcuno che è vivo, un concetto che prima di allora aveva osato trattare soltanto Don DeLillo nel romanzo Rumore Bianco.

Non avendo la penna facile come il cantore delle ossessioni d’America, l’artista affronta il problema a modo suo comprando per corrispondenza oltre tre metri di squalo tigre da un pescatore australiano, ed installando la carcassa in soluzione di formaldeide, in una vasca nel bel mezzo della Saatchi Gallery. Invece di un arresto da parte delle forze dell’ordine o una terapia da un bravo psichiatra, questa operazione gli frutta subito un posto privilegiato nella hall of fame della storia dell’arte.

Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991.

Lo squalo, una sorta di simbolo cinematografico del pericolo di morte che minaccia la vita umana, ha tanto successo che negli anni ’90 la vetrina di formaldeide viene ufficialmente strappata al monopolio della medicina legale per diventare un marchio di fabbrica dello stile di Hirst; vuoi perché infondo richiama anche le gabbie di Francis Bacon, suo modello indiscusso, vuoi come citazione colta dell’inquadratura prospettica rinascimentale.

Qualunque sia la spiegazione di tanta dedizione, le tassidermie iniziano a costellare la carriera dell’artista in un catalogo di varianti più o meno plausibili, tanto che in formaldeide Hirst prova proprio a metterci di tutto: pecore, bovini sezionati, crani spellati e maiali con le ali. Nell’opera A thousand years invece, la combo vetrina più cadavere è riproposta senza conservanti e mette in mostra solo una testa di mucca mozzata, accompagnata da un cubo pieno di larve di mosca e da una lampada elettrica antizanzare.

Damien Hirst, A thousand years, 1990.

Gli insetti nascono, si nutrono e muoiono fulminati, tutto nello stesso identico claustrofobico spazio e sotto gli occhi non propriamente entusiasti degli spettatori. Una bella allegoria del ciclo completo di vita e morte in cui anche gli esseri umani sono incastrati.

Proprio per questo, ci sono buone probabilità che il successo di questa sorta di epica della decomposizione non stia soltanto nello straniamento di vedere un quarto di manzo in una mostra d’arte, ma anche e soprattutto nell’universalità dei simboli usati per ricordare che tutti facciamo la stessa fine.

Dopotutto non si può negare, come spiega Mario Perniola in L’arte e la sua ombra, che il cadavere è “qualcosa di estremamente prossimo, perché rappresenta l’unica destinazione assolutamente certa del nostro corpo”. E così, sfidando le autorità sanitarie di tutto il paese a suon di carcasse animali e spazi sottovuoto, nel 1995 Damien Hirst si guadagna perfino il Turner Prize, il più prestigioso premio assegnato ad un’artista vivente sotto la corona britannica.

Damien Hirst, Male Infertility, 2007

Parallelamente a quello della morte, lo Young british artist per eccellenza non tradisce il suo primo amore per il mondo della medicina e della farmacologia: insieme a sculture spellate con organi a vista, spiacevoli riminiscenze dei modellini anatomici di Leeds, e ai Biopsy Paintings, stampe su tela di 2 metri per uno con biopsie di cellule malate, il suo portfolio si arricchisce di pezzi “da banco” come i Medical Cabinets e i Pill Paintings.

Le due serie consistono proprio in quello che annuncia il titolo: i primi sono degli armadietti colmi di medicinali di varie fogge, identici a quelli che troviamo dal nostro medico di base, e i secondi delle composizioni fatte di pillole e pastiglie arcobaleno, una sorta di neo-pointillisme ipocondriaco che può sempre tornare utile in caso di assenza di una farmacia di turno.

Damien Hirst, The Void, 2000, particolare.

L’esposizione del medicamento in un contesto museale permette a Hirst di saldare il conto dal macellaio senza abbandonare le tematiche a lui care: nei Pill Paintings la paura della morte viene abbellita, purificata, tradotta nella geometria essenziale di qualche pillola dal nome strano e dal design accattivante.

Oppure viene sublimata in una serie di punti colorati con il nome di una sostanza chimica negli Spot Paintings, interpretati da alcuni come un esempio di cosa può succedere quando l’artista si dedica ad una tecnica tradizionale mettendola in pratica su scala industriale e da altri come un esempio di cosa può succedere quando l’artista è a corto di idee.

Quindi nonostante teschi incrostati di diamanti, farfalle sotto vetro, tele ricoperte di mosche e vedute di paesaggi urbani composti da strumenti chirurgici, sembra a molti che la carica innovativa negli ultimi anni si sia un po’ infiacchita, anche perché, per quanto lo spettro della morte sia sempre attuale, alla lunga è sempre più difficile raccontarlo in maniera originale.

Così, con trovate come una linea di skateboard o il concept restaurant chiamato Pharmacy, mentre scherzava con la morte Damien Hirst ha avuto tutto il tempo di mostrare anche un’altra arte, quella di far girare l’economia, per lo meno la propria; ma questa è un’altra storia.

Forse.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...