Materia aliena

 

Non molto tempo fa nella ridente città di Berlino si è svolta l’ultima edizione di Transmediale, un festival che da trent’anni (candeline appena spente) trasforma la capitale in un crogiolo di arte e cultura digitale. Cuore del turbinio di iniziative ed eventi collaterali è stata una mostra chiamata Alien Matter, che si è tenuta presso una Haus Der Kulturen Der Welt uggiosa ma quanto mai suggestiva, nella sua location ai bordi del Tiergarten.

Nel testo a catalogo la curatrice Inke Arns spiega che i punti di riferimento teorici sono stati: la nozione di “immateriale” coniata trent’anni fa dal filosofo Lyotard, il saggio sull’obsolescenza dell’uomo del filosofo tedesco Günther Anders e una scena del film Terminator 2, quella in cui un corazzato Schwarzenegger si ritrova a combattere contro un T-1000, un droide potentissimo che si rigenera dal mercurio liquido.

Personalmente il film non l’ho visto, ma la metafora mi sembra chiara: ciò che l’uomo produce di solito gli si rivolta contro. Per quanto riguarda la tecnologia in particolare, essa ha già raggiunto un livello tale di autonomia da sviluppare capacità di apprendimento e raziocinio indipendenti, e spesso tristemente superiori, a quelle del suo creatore.

Alien Matter, veduta dell’allestimento presso la Haus Der Kulturen Der Welt.

Presto l’uomo si troverà a vivere in un ambiente governato da androidi, bot e intelligenze artificiali che seguiranno le leggi degli algoritmi che lui stesso ha ideato ma che non è in grado di controllare. Sfoggiando tutta la sua inventiva di razza superiore, l’essere umano sta costruendo a tavolino la specie che andrà a sostituirlo.

Gli artisti scelti dalla curatrice portano nuovi spunti di riflessione su questo tema con opere più o meno tecnologiche ma sempre fortemente evocative, immerse in un’atmosfera quasi lunare.

Tra queste ne ho scelte tre che, senza toccare le vette di pessimismo cosmico del buon vecchio Anders, riescono comunque a tracciare prospettive inquietanti su quale potrà essere il ruolo della cosiddetta “materia umida” in un futuro saturo di tecnologia.

Katja Novitskova, Swoon Motion, 2015.

La prima opera che mi ha colpito in questo senso è stata un’installazione chiamata Swoon Motion, dell’artista estone Katja Novitskova; un congegno meccanico che sulle prime sembra un incrocio tra una sedia a dondolo e la poltrona del dentista. Avvicinandosi si scopre poi che è soltanto un ovetto per neonati, di quelli elettronici che accesi iniziano a oscillare per cullarli.

Questo modello particolare riproduce in audio un battito cardiaco e canta canzoncine mentre dondola, un surrogato perfetto di una madre stressata. Appesi in cima, al posto di sonagli e specchietti, ci sono tre piccoli cervelli antistress, mentre l’immagine generata al computer della struttura molecolare di una proteina è drappeggiata sul seggiolone a mo’ di copertina.

Questi piccoli dettagli aiutano a considerare l’opera non solo come un semplice seggiolone comprato su eBay, ma come un congegno capace di sostituirsi alla figura materna e allevare i nostri figli con qualche subdolo trucco. Fantascienza o realtà che viviamo già tutti i giorni senza rendercene conto? Ai posteri l’ardua sentenza.

Morehshin Allahyari e Daniel Rourke, The 3D Additivist Cookbook, 2016-2017.

A quanto pare quindi prima ancora di rimpiazzare le nostre menti stiamo cercando di rimpiazzare il nostro corpo fabbricando esseri analoghi e se possibile più efficienti di quelli fatti della nostra stessa pasta.

Tra quelli che non credono che estinguersi sia l’unica via per adattarsi a questa situazione, l’Additivismo è una sorta di movimento di critica alle tecnologie radicali che cerca di rispondere a una domanda molto semplice: riuscirà mai l’uomo a cambiare il mondo senza cambiare anche sé stesso?

La riflessione è argomentata dall’opera The 3D Additivist Cookbook, un manuale in pdf realizzato dagli artisti Morehshin Allahyari e Daniel Rourke riunendo i progetti allucinati di più di un centinaio di visionari e teorici dell’aldilà tecnologico.

Joey Holder, The Evolution of the Spermalege, 2016.

Richiamati dalla call Additivist Manifesto del 2015, queste personalità hanno trovato uno spazio per dire la loro in particolare sulle potenzialità della stampa 3D, che purtroppo però in questo caso non sembrano aver dato risultati entusiasmanti.

A giudicare dai prototipi realizzati ad hoc per l’esposizione berlinese – ipotesi di genitali ispirati a quelli degli insetti in The Evolution of Spermalege e Man Made, una sorta di impugnatura ergonomica che trasforma il celebre pezzo di selce di età preistorica in un oggetto polifunzionale – c’è ancora poco da stare allegri, e forse è proprio questo il punto.

Sascha Pohflepp, Recursion, 2016.

Se dal punto di vista biologico l’uomo avrà il suo bel daffare per trovarsi una forma adeguata al futuro digitale, anche da quello intellettuale potrebbe trovare presto chi gli darà del filo da torcere.

Uno degli aspetti più sentiti dagli artisti in mostra è stato proprio quello del rapporto con le intelligenze artificiali, espresso tra gli altri da due opere che con le IA ci mettono proprio in confronto diretto, un faccia a faccia da cui in qualche modo usciamo sempre perdenti.

La prima è un video di Sascha Pohflepp chiamato Recursion, dove un primo piano della performer Erika Ostrander recita in loop un saggio composto per l’occasione da un’intelligenza artificiale mixando a caso brani presi da diversi tipi di testi, da saggi di biologia e filosofia ad articoli di Wikipedia e canzoni pop. Nata per essere una sorta di trattato sulla razza umana, per quanto delirante il risultato sembra comunque più esaustivo di molti altri.

Pinar Yoldas, The Kitty AI: Artificial Intelligence for Governance, 2016.

Il secondo video rincara la dose con un concept che farebbe la gioia di ogni utente di Facebook: uno schermo appeso al soffitto da cui ci parla un’ipotetica IA del futuro, incarnata per questioni di familiarità in un tenero gattino animato.

Con Artificial Intelligence for Governance, the Kitty AI, l’artista Pinar Yoldas, oltre a immaginare che i gattini tra trent’anni governeranno il mondo, tesse un racconto catastrofico e poco allettante di un 2039 postcapitalista, fatto di megalopoli controllate da affettuose intelligenze artificiali.

Per evitare che tutto questo possa essere liquidato con un’alzata di spalle come pura speculazione, Kitty AI ce lo presenta come una naturale conseguenza dell’attuale crisi economica, di quella dei rifugiati e dei cambiamenti climatici, eventi attuali come non mai, anche se ancora stentiamo a valutarne la portata.

Data la situazione, non stupirebbe se in futuro l’umanità preferisse boicottare la vecchia classe politica per abbandonarsi alle cure di un software.

Le opere in mostra sono così convincenti che alla fine del percorso l’impressione che rimane può essere solo una: in  un mondo di presenze inorganiche che agiscono, pensano e presto sentiranno da sole, l’unica materia aliena probabilmente siamo proprio noi.

 

 

 

 

 

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