Chi dice donna dice danno

Se la donna fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una. – Sacha Guitry

Dopo il grande successo del post tematico di San Valentino, riutilizzo la stessa formula per questo 8 marzo proponendovi quattro opere di artiste che hanno in comune non solo essere donne, ma anche il fatto di aver saputo trasformare gli stereotipi del gentil sesso in materiale creativo, portando a galla e vendicando un disagio di proporzioni millenarie.

Obliate da una storia lunga centinaia di anni, negli anni Sessanta le donne dell’arte sono esplose all’improvviso più agguerrite e dissacranti che mai e l’hanno fatto nell’unico modo in cui sapevano che il mondo le avrebbe ascoltate: usando il loro corpo.

Eppure quel corpo, benché quasi sempre svestito e spesso senza troppi convenevoli, nelle loro mani si trasforma in modo da non suscitare il minimo desiderio di contemplazione. Quel corpo è un campo di battaglia, materia plastica che si fa politica, religiosa, filosofica, sociale, sessuale, che può significare tutto meno che l’identificarsi con uno stereotipo o un ruolo predeterminato.

Qui di seguito quindi ho pensato di fare una selezione di problematiche ancora tradizionalmente associate all’universo femminile, con la risposta artistica che più gli si conviene.

L’oggetto di desiderio

Valie Export, Genitalpanik, 1969.

Questo cliché è stato il primo a cadere con la giovane e arrabbiatissima Valie Export, che dopo essersi data uno pseudonimo che ricalca una celebre marca di sigarette e aver permesso a chiunque di palparla sulla pubblica piazza con l’azione Touch Cinema, si è fatta immortalare seduta in un cinema a luci rosse di Monaco di Baviera, arruffata come non mai, vestita di tutto punto e armata di un fucile.

Gli indumenti la coprono quasi completamente ad eccezione delle parti intime, esposte crudelmente al pubblico in una sorta di macabra parodia de L’Origine del Mondo di Courbet. Nonostante il precedente illustre, il suo organo riproduttore non suscita minimamente alcun istinto materno, e, per quanto riguarda le altre pulsioni del caso, al di là della situazione straniante lo sguardo di Valie basterebbe da solo a dissuadere qualsiasi pensiero impuro.

Alla fine del decennio quindi le carte sono già tutte in tavola e il messaggio è forte e chiaro: se pensate che le donne dell’arte siano qui a prepararvi il pranzo e tenervi calde le lenzuola allora avete proprio capito male.

L’angelo del focolare

Sandy Orgel, Linen closet, 1972.

Nel 1972 il concetto viene ripreso e argomentato da Judy Chicago e Miriam Schapiro, due artiste con alle spalle un curriculum di tutto rispetto in merito alla demolizione degli stereotipi di genere, non a caso impegnate a tenere un corso di Arte Femminista presso il California Institute of the Arts. In questa sede le due ingaggiano i loro venti studenti nella ristrutturazione di una vecchia casa vittoriana di Los Angeles per trasformarla in una sorta di opera d’arte ambientale.

Dopo una serie di ritocchi l’appartamento viene ribattezzato Womanhouse, e riempito con installazioni artistiche di stampo radicale, ispirate a temi prettamente femminili come il matrimonio, il ciclo mestruale, la depressione post partum e la sessualità; insomma, tutti quelli che in un punto Snai per il calcioscommesse non hanno mai incontrato grande successo. Qui invece i visitatori possono sbizzarrirsi a perlustrare un appartamento fatto di ambienti e oggetti dalle funzioni familiari ma dall’aspetto inquietante, che polemizzano sul rapporto tra il materiale biologico ed i ruoli socialmente imposti.

Giusto per fare qualche esempio, nella Womanhouse si possono trovare: una cucina color carne con il soffitto tappezzato di uova fritte a forma di seni, una signorina inglobata in un armadietto di asciugamani e lenzuola e un bagno ricolmo di prodotti per l’igiene intima femminile; il tutto a comporre una sorta di casa degli orrori, quella in cui noi donne quotidianamente viviamo. Dell’opera qui sopra c’è poco da spiegare, non resta che da chiedersi se la poveretta si sia già portata avanti o abbia ancora tutto da stirare.

Il sesso debole

Gina Pane, Azione sentimentale, 1973.

Sull’onda della contestazione giovanile le artiste più recettive ripudiano casa e Chiesa per farsi più coriacee di uno scaricatore di porto, testimoniando a tutti gli effetti che, a differenza di molti altri, il detto che dopo i dolori del parto le donne siano in grado di sopportare qualsiasi cosa non è poi tanto un luogo comune. Pensate solo alla celebre Gina Pane, tutta bionda e di bianco vestita, studentessa all’atelier di Arte Sacra presso l’Ecole des Beux Arts di Parigi, che negli anni ’70 impugna un bouquet e realizza una performance chiamata Azione sentimentale, nella quale fa cose come piantarsi le spine di una rosa in un braccio e incidersi i polsi con una lametta da barba.

Un modo cristianamente moderno di accettazione del dolore, che vede nello spargimento di sangue soltanto il logico prezzo da pagare. Nel 1972 Gina aveva già dato segni di squilibrio realizzando un’azione simile in presenza del pubblico: Il bianco non esiste non si rifaceva alla pubblicità di un detersivo come ci si potrebbe aspettare, ma mostrava tra svenimenti e grida che spesso la ferita non è altro che il primo passo per riprendere il controllo del proprio corpo.

Da qui il passo ad arrivare alla truccatissima Orlan e alle sue nove operazioni di chirurgia estetica, superate in anestesia locale leggendo un libro ad alta voce, è stato davvero breve. In un colpo solo queste due artiste hanno spazzato via il ruolo di donna come aggraziato e fragile oggetto d’arredamento, rivendicando la loro capacità di autodeterminarsi e decidere da sole il destino migliore. Se poi questo dovrà essere ancora il dolore, almeno lo sarà solo ed esclusivamente per loro volere.

La fashion blogger

Hannah Wilke, S.O.S. – Starification Object Series, !974-82.

Che le donne siano ossessionate dalla moda e dal proprio aspetto esteriore non è uno stereotipo che è nato con il web, lo sappiamo bene, e questo fa sì che già verso la metà degli anni ’70 noi fossimo così stanche di questa etichetta da sentire la necessità di liberarcene in modo radicale. Il prototipo della ragazza vanesia, avvenente e smaniosa di finire photoshoppata sulle pagine di tutti i giornali di settore, viene smontato perfettamente dalla bella Hannah Wilke in un’opera intitolata SOS Starification Object Series. 

Il suo lavoro consiste in una serie di fotografie che mettono a nudo, perdonate il gioco di parole, il cosìdetto processo di starificazione, un neologismo a metà tra il concetto di divismo e la storpiatura del verbo inglese to stare, ovvero guardare fisso. In queste immagini però c’è anche qualcosa che sembra turbare l’occhio bramoso dello spettatore: il corpo della modella è costellato da una serie di piccoli oggetti di forma irregolare, che a un’analisi più attenta si dimostrano chewingum a forma di vulva lavorati a mano dall’artista stessa.

Questi micro organi sessuali smascherano con insistenza le allusioni erotiche che si innescano naturalmente nello sguardo maschile, rendendole in qualche modo moleste e insopportabili, ma piacciono talmente tanto all’artista da ricavarne anche una serie di sculture in terracotta a grandezza naturale, esposte come opere autonome. Legittimo chiedersi se fosse esistito Instagram, che tipo di successo avrebbero potuto ottenere.

Chiudo così una selezione totalmente arbitraria e soggettiva, che avrebbe potuto anche continuare all’infinito, considerata l’abbondanza di artiste che si prodigano per la causa, e da allora fino a oggi non fanno che aumentare. Gli stereotipi contro cui si scagliano, invece, purtroppo sono rimasti sempre gli stessi. Se ne avete altri da suggerire, vi invito a segnalarli nei commenti qui sotto e io provvederò ad integrare.

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