L’amore ai tempi del postumano

 

Un giorno Leo Longanesi scrisse che l’arte è un incidente dal quale non si esce mai illesi; qualcosa del genere la affermò anche Frida Kalho parlando del marito Diego Rivera, con una frase che suonava più o meno così: “Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego.” In seguito ebbe modo di precisare che dei due Diego fu di gran lunga il peggiore. La stessa affermazione quindi, mi sento libera di associarla anche all’amore in generale, che è il tema di questo nuovo articolo. Per celebrare al meglio il giorno di San Valentino tratterò alcuni aspetti essenziali del rapporto di coppia attraverso l’opera che meglio li rappresenta.

L’enigma

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Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917, olio su tela.

Uno dei fondamentali della scelta del partner, per non dire proprio il presupposto iniziale, è il romanticismo con cui trasfiguriamo la realtà. Perfino vista da fuori, l’unione tra due individui ci sembra talmente ammantata di lirismo che siamo in grado di struggerci di fronte a qualsiasi abbraccio, anche se si tratta di due manichini come in questo caso. Bisogna dire comunque che anche il titolo dell’opera non aiuta: imbevuto fino alla punta dei capelli di suggestioni classiche, De Chirico evoca una delle coppie più celebri del mito, per giunta in un momento topico della loro storia.

Il soggetto infatti è il saluto che l’eroe Ettore rivolge alla moglie quando, dopo aver ignorato ogni sua preghiera, si accinge comunque ad affrontare Achille. Nonostante la tragicità della situazione (come sempre la storia dimostra che le preoccupazioni della moglie erano fondate), l’unica traccia di sentimenti umani si trova nella posizione dei corpi, mentre gli amanti in viso sono completamente inespressivi.

A questo punto nessuno potrà contraddire il buon Maurizio Calvesi sul fatto che il protagonista assoluto del quadro sia l’enigma: in primis quello del perché De Chirico abbia scelto un’ambientazione surreale per raffigurare una vicenda storica; e in secondo luogo, diciamolo, quello di come l’artista sia riuscito a farci emozionare guardando due pezzi di legno. Eppure, trattandosi di amanti, la mancanza di logica non dovrebbe stupire.

L’intimità

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Lygia Clark, The I and the You: Clothing-Body-Clothing Series, 1967, fotografia della performance.

E’ assodato per tutti che il segreto di una coppia duratura è conoscersi fondo, molto a fondo; preferibilmente anche dall’interno. Finora la strada più battuta è stata quella del dialogo, ma Lygia Clark ha trovato un modo ancora più efficace per conoscere il proprio partner più di sé stessi: quello di entrarci dentro. Con la scusa di una performance, l’artista ha realizzato una coppia di tute integrali simili a quelle dei primi astronauti.

Un lui e una lei, o se preferite un Io e un Tu, venivano invitati ad indossarle e a mettersi uno di fronte all’altro come per un abbraccio. Senza potersi guardare negli occhi e vedere quant’erano ridicoli, i due piccioncini erano liberi di toccarsi inserendo le mani uno nello scafandro dell’altro, attraverso apposite aperture e in tutta sicurezza.Entrambe le tute erano imbottite con del materiale studiato per riprodurre al tatto la sensazione di un corpo vivo, creando l’illusione di esplorarlo dall’interno.

Il principio alla base dell’opera era uno dei più egualitari di questo mondo: scoprendo l’estraneo si prova un’esperienza che non è solo un trascendere dal proprio corpo e dal suo onnipresente punto di vista, ma anche un riconoscimento di esso in quello dell’altro. Da dentro infatti, sostanzialmente siamo tutti uguali. Non me ne vogliano sessuologi e analisti, ma credo che come terapia di coppia questo esperimento sarebbe un successo assicurato.

La passione

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Louise Bourgeois, Couple IV, 1997, tecnica mista.

Negli ultimi decenni la coppia sembra essere stata l’ossessione più grande di  Louise Bourgeois. Dagli anni Novanta fino a 2000 inoltrato la serie “Couple” ha regalato al mondo diversi esemplari, utili a tracciare un catalogo di tutte le declinazioni più aberranti del tema. Tratti comuni alle varie sculture: rappresentare corpi mutilati (quando si dice, letteralmente, che innamorarsi fa perdere la testa) che si stringono in abbracci pieni di passione.

In quest’opera in particolare, i due amanti sembrano avvinti in un amplesso che ha tutta l’aria di poter durare in eterno, musealizzato alla bell’e meglio sotto una teca.Quest’opera potrebbe essere un inno perfetto all’amore libero, se non fosse che la donna ha una gamba di legno, una specie di protesi rococò degna degli storpi di un tempo. Questo dettaglio, sebbene non sembri intimidire minimamente il focoso amante, non può fare a meno che allarmare lo spettatore; e a ragione, perché ovviamente non è casuale.

Quella nota stonata sta lì ad indicare che nella passione c’è sempre anche una componente brutale e che nemmeno la notte di sesso più intensa del mondo ti impedirà di soffrire, se devi, o se ti devi ferire. Con i suoi minuziosi inserti di disperazione, anche questa volta la Bourgeois non può fare a meno di instillare il dubbio, e ricordare la fragilità delle emozioni proprio nel momento più alto della loro espressione.

La visione comune

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René Magritte, Gli amanti, 1928, olio su tela.

Una pietra miliare dei luoghi comuni sull’amore è che amarsi non è guardarsi negli occhi ma guardare nella stessa direzione. Magritte credo avesse qualche dubbio sull’infallibilità di questa teoria, e va bene che si trattava sempre di rappresentare l’inconscio, ma l’argomento qui sembra affrontato in maniera fin troppo letterale.

Dello stesso soggetto l’artista ha realizzato due versioni, quella che vi propongo io e quella in cui i due amanti si lanciano in un bacio appassionato. Entrambe realizzate nello stesso anno, ritraggono due soggetti incappucciati a metà strada tra una mascherata di Halloween e le vittime di un sequestro; i due non solo non possono vedersi in faccia, ma, se da qualche parte riescono a guardare, al massimo è in direzione dell’osservatore.

Da rilevare è che nonostante i malcapitati siano privi di qualsiasi capacità espressiva e avvolti in un sudario, sono comunque vestiti da persone per bene e tuttora continuano a far sciogliere centinaia di ammiratori. Grazie anche ad un’inquadratura dal taglio cinematografico, sperimentiamo di nuovo il romanticismo metafisico dell’Ettore e Andromaca di De Chirico, che non a caso ne è stato l’ispirazione.

Il brivido del rischio

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Marina Abramovic e Ulay, Rest Energy, 1980, fotografia della performance.

Perdonate il cinismo, ma quest’opera basterebbe da sola a definire il mio concetto di amore. Marina e Ulay, una delle coppie più celebri della storia dell’arte, se oggi da separati hanno strappato i cuori da milioni di petti sedendosi semplicemente uno di fronte all’altra, quando erano insieme si dimostravano il proprio amore con performance di questo tipo.

L’episodio in questione è accaduto in una stanza dei Filmstudio di Amsterdam, dove i due si sono ritrovati faccia a faccia a tendere un arco con il loro peso. L’arma era dotata di una freccia che puntava dritto al cuore dell’Abramovic; per rendere la vista di quest’azione ancora più intollerabile, ai vestiti di entrambi erano cuciti dei microfoni che registravano il battito cardiaco e il respiro strozzato dei due amanti terrorizzati, per poi amplificarlo a beneficio degli spettatori.

La vita dell’artista simbolo della contemporaneità per quattro interminabili minuti è stata completamente nelle mani del povero Ulay, complice la fiducia cieca dell’uno nell’altra e di entrambi nella principio della roulette russa. Più pericoloso di un’operazione del genere credo ci sia solo infilare le dita in una presa di corrente. Dopo quattro minuti di questo filmato, la morale è chiara per tutti: per amarsi ci vuole del fegato.

Per questioni spazio-temporali la mia rassegna si chiude qui, se vi vengono in mente altre opere a tema avete tutto lo spazio nei commenti qui sotto per farmelo notare.

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