Carne cruda

Tutto ha inizio nel 1964, quando l’artista americana Carolee Schneemann decide di realizzare una sua personale versione di un’opera di action painting. In questa performance, ripetuta più volte con esiti differenti e mai troppo incoraggianti, uomini e donne in intimo danzano e si contorcono al centro di una tela stesa per terra, gettandosi addosso secchi di vernice e pezzi di carne cruda.

In una sorta di euforia orgiastica carcasse di pollo e salsicce si mescolano alle membra umane sotto gli occhi increduli degli spettatori e trasformano l’iniziale tensione erotica in disgusto generalizzato.

Meat Joy, questo il titolo dell’operazione, prende alla lettera il concetto di “gioie della carne” rendendolo terribilmente indigesto: perché la carne è pulita finché ce l’hai nel piatto, ma diventa impura quando te la ritrovi tra le lenzuola.

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Carolee Schneemann, Meat Joy, 1964

Quindi, che si tratti di uno stinco di maiale o di quello che ci portiamo addosso, messo nel contesto sbagliato un pezzo di carne può farci passare l’appetito. Che sia reale o solo rappresentato, qualsiasi corpo preso nella sua consistenza materica ripugna profondamente l’uomo civilizzato.

Sangue, carne e viscere sono spiacevoli alla vista e al tatto e sono chiari presagi di deperimento. Non importa che la carne sia ciò che ci dà forma, il luogo in cui abitiamo, quando la guardiamo da vicino ci dà il voltastomaco.

Per salvarci allora preferiamo pensarci in transito, come se il corpo fosse solo una piazzola di sosta in cui stiamo a bivaccare, ma in realtà potessimo andarcene altrove quando ci pare. Infondo cos’è il corpo se non un vestito di carne? E quando un vestito inizia ad andare stretto, bisogna solo smetterlo e cercarne uno nuovo.

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Jana Sterbak, Vanitas, Flesh dress for an albino anorectic, 1987.

Fedele a questa metonimia, verso la fine degli anni Ottanta Jana Sterbak, in cerca di un contatto più intimo con il proprio corpo, è andata dal macellaio sotto casa e ha comprato decine di bistecche di manzo. Una volta rientrata le ha cucite insieme fino a creare un vestito che ha presentato al pubblico con una performance.

Mentre lo indossava ne ha sentito il peso e il calore, ha pensato che probabilmente puzzava così anche la sua stessa carne e quella carne all’improvviso non è sembrata più un posto tanto piacevole dove stare.

L’opera, poi collocata su un manichino, è intitolata Vanitas e chiama in causa tutte le nature morte della tradizione per ricordare al pubblico che il destino dell’uomo sostanzialmente è imputridire.

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Marc Quinn, The way of all flesh, 2013.

Con Vanitas il successo dei quarti di manzo nella storia dell’arte non era ancora finito, e vent’anni dopo la carne cruda è ricomparsa in versione patinata sulle tele di Marc Quinn. In questo caso però l’ambiguità tra la natura umana e quella animale non è più in discussione, in qualche modo questi affreschi di muscoli e tendini sono diventati già familiari.

Il contributo originale di Marc Quinn alla riflessione sulla mortalità organica è lasciare l’uomo solo faccia a faccia con la materia che lo compone. Nello spazio asettico di una galleria gli da una chance di riconoscersi senza sentirsi male. Se poi il concetto non fosse ancora abbastanza chiaro, nell’opera The way of all flesh  ci pensa il corpo nudo di Lara Stone a fugare ogni dubbio.

La modella è ritratta nel pieno di una gravidanza iperrealistica, adagiata sopra un tappeto di carne cruda mentre ammicca verso lo spettatore. Accarezzandosi la pancia ci ricorda con grazia qual è il materiale da costruzione di ogni essere umano. Eppure anche la carne che ci dà vita continua a darci un profondissimo orrore.

Jenny Saville, Branded, 1992.

Jenny Saville, Branded, 1992.

Lo sa bene Jenny Saville, che dentro tele di dimensioni abnormi ritrae decine di corpi, corpi che sono cumuli di cosce molli e rotoli di grasso, glutei rilassati e guance burrose, membra mollicce e quasi cianotiche. Pelli cineree su nudi di donne buttati per terra come sacchi vuoti. Più che in una galleria d’arte sembra di stare in un mattatoio. La carne è così malata e insalubre che a volte sembra infettare perfino lo spirito; anche solo guardarla può farci ammalare.

A confronto il brasiliano Fábio Magalhães appare quasi un esempio di ordine e pulizia. Questo artista raccoglie ordinatamente campioni di viscere in sacchetti di plastica e li appende al soffitto, realizzando una serie di composti ritratti macabri in cui il concetto di “intimo” è preso davvero in senso letterale.

I suoi oli su tela sono così realistici che a guardarli sembra di sfogliare un dépliant sulla raccolta differenziata. Al di là di tutte le associazioni possibili però, il messaggio centrale arriva forte e chiaro: non serve spargere sangue per mostrare che il corpo è soltanto un sacco ripieno di organi.

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Fábio Magalhães, Sem título (Série Retratos Íntimos), 2010.

Se Magalhães è convinto che la carne sia da buttare, nel mondo dell’arte c’è anche chi pensa che possa essere impiegata in un modo migliore. Con Further uses of the dead to the living (meat) John Isaacs ha provato a svecchiarla con un linguaggio modernista, creando vari prototipi di cera.

Alcuni corpi spellati, modellati con la paraffina ed altre sostanze sintetiche, vengono sciolti in una massa informe e ricomposti in elementi geometrici sterilizzati. Nella sua versione minimalista l’essere umano diventa un blocco di carne appoggiato a una sedia. La carne, in qualunque modo la si aggiusti, resta sempre il peso più grande che ci portiamo dietro.

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John Isaacs, The meat chair, 2006.

Eppure nel 2002 il cerchio lo aveva già chiuso Flesh, di Anish Kapoor. La riproduzione tridimensionale di una ferita, un lembo di carne squarciato, non è altro che la versione biomedica di un quadro di Lucio Fontana.

Il taglio come atto generativo, lo strappo che è una porta d’accesso ad un’altra dimensione, la tela che rappresenta il velo dell’apparenza delle cose e l’artista che l’accoltella a fondo per andare a caccia di tutto quello che c’è dietro.

Oggi invece è la pelle lo schermo da infrangere per lasciare un segno, è attraverso la carne che passa la rivoluzione. Lasciare scoperta la ferita è lasciare aperte tutte le possibilità.

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Anish Kapoor, Flesh, 2002.

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