Metamorfosi o fotoritocco?

Su Photoshop c’è un filtro che si chiama “dispersione”, con un paio di click permette di far esplodere i contorni di una persona in mille frammenti colorati. Con il filtro “a spirale” invece ci si può arrotolare la faccia come fosse una gomma da masticare. E poi c’è “mosaico”, che ci fa apparire come un tappeto di pixel, o “folata di vento”, che simula alla meglio un difetto di trasmissione.

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Marcel Duchamp, Nudo che scende le scale n.2, 1912

Cambiare forma è un gioco che ha qualcosa di meraviglioso. Avvolgersi nella nebbia, darsi un profilo acquarellato, allungarsi le gambe di cinque centimetri. Finché si lavora su un’immagine nessuna modifica è immorale: possiamo correggerci all’infinito o trasformarci in qualcosa di mai visto prima.

Come su Snapchat, dove puoi dilatare gli occhi come un pesce palla e vomitare un arcobaleno. O su Instagram, dove tutto quello che fai è bello come in una cartolina degli anni Trenta.

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Francis Bacon, Autoritratto, 1971

Gli effetti che ora si possono ottenere con i software più comuni hanno tra i loro parenti stretti svariati capolavori della storia dell’arte. Per citarne solo qualcuno, molto tempo dopo che Ingrés aveva allungato la schiena alla sua Grande Odalisca, ma prima che Botero gonfiasse la Monna Lisa fin quasi a scoppiare, Marcel Duchamp ha smontato una donna in un collage di spigoli e curve, trasformandola in una specie di millepiedi che scende le scale.

Dal canto suo, mentre Francis Bacon riempiva le gallerie di corpi squagliati e si faceva ritratti solo dopo aver infilato la testa in un frullatore, Salvador Dalì, stanco di stupire il pubblico con le sue pelli cascanti, ha scomposto la sua amata Gala in un sistema di sfere perfette.

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Salvador Dalì, Galatea delle sfere, 1952

Ecco cosa può succedere quando si è liberi di fantasticare: la possibilità di manipolare un’immagine ci fa perdere la testa. Muoverci in uno spazio virtuale ci rende straordinariamente creativi, capaci di immaginare corpi nuovi, con le più improbabili configurazioni.

Ma cosa succederebbe se avessimo degli strumenti che ci permettessero di fare le stesse cose nel mondo reale? Se un giorno potessimo correggere la nostra carne per ottenere una versione ottimale, oppure modificarci a piacimento, allora saremmo davvero disposti a fare sul serio?

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Francis Bacon, Figura seduta, 1983

Nel 2008 l’artista Bart Hess incontra una biondina chiamata Lucy McRae. Lei si definisce body architect, una professione inventata lì per lì durante un colloquio per conciliare il suo passato da architetto con un presente nel mondo della moda.

Lui è un artista prestato al fashion system, ossessionato dalla simbiosi tra gli abiti e i corpi. In quel momento Bart e Lucy fanno parte di un team di ricerca messo in piedi dalla Philips per fare esperimenti sulle nuove tecnologie indossabili.

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Bart Hesse e Lucy McRae, Exploded View Part Two, 2008

Dopo il lavoro vanno a spasso per Eindhoven raccogliendo per strada i materiali più assurdi per poi applicarseli sul corpo e fotografarsi a vicenda. La loro idea è quella di ottenere effetti simili a quelli dei filtri digitali, servendosi solo di mezzi artigianali.

Una specie di Photoshop fai da te, a tratti mostruoso e tremendamente reale. Il risultato è un progetto chiamato Lucyandbart, che è a metà strada tra un esperimento d’avanguardia e un gioco da bambini.

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Bart Hess e Lucy McRae, Evolution, 2008

Dopo aver raccolto ogni genere di ciarpame, i due artisti si cospargono il corpo di colla e vi applicano sopra centinaia di schegge di carta ripiegata, stuzzicadenti, palloncini colorati; si ricoprono di schiuma isolante oppure si addobbano di sacchi di terriccio e di semi che poi lasciano germogliare.

A seconda del trattamento il loro corpo si declina in una serie di ipotesi: aumenta di volume, si gonfia di protuberanze e di spigoli oppure si copre di colori come un pavone; di volta in volta assume l’aspetto di un uccello esotico, di un’architettura astratta o di una pianta d’appartamento.

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Bart Hess e Lucy McRae, Germination Day Eight, 2008

Il sogno nel cassetto di Bart è che un giorno l’uomo possa generarsi i vestiti da solo, semplicemente coltivandoseli sulla pelle; quello di Lucy è di trovare un aspetto più interessante per l’essere umano.

Per entrambi la mutazione non è solo fantascienza o un passatempo demenziale, ma una realtà possibile che un giorno ci crescerà addosso creando nuovi canoni di bellezza.

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Bart Hess e Lucy McRae, Grow On you, 2008

In attesa del momento in cui rimodellarsi sarà una cosa perfettamente normale, i corpi viscidi e vischiosi delle tele di Dalì e Bacon sono già diventati un’opzione di abbigliamento grazie a Liquified, una performance che Bart Hess ha realizzato nel 2010 per presentare al pubblico un tessuto ad effetto liquido di sua invenzione.

L’impiego di questa sostanza è semplice: basta drappeggiarla sul corpo per dare a tutti l’impressione di sciogliersi al suolo mentre si cammina.

Un anno più tardi, mentre Lucy McRae sperimentava l’assorbimento dei pigmenti colorati per realizzare una pelle fotosensibile, a Bart Hess sono stati sufficienti solo un telo di latex e la giusta illuminazione per darci un’idea di come potrà apparire l’umanità quando verrà definitivamente inglobata dal digitale.

Lucida e fluida, la struttura fisica di Mutants è molto più vicina ad un ologramma che a un essere umano, e in ogni caso è già impossibile da definire.

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Bart Hess, Mutants, 2009

 

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