L’emotività instabile degli abiti

In questo secolo la parola d’ordine è responsive. Qualsiasi cosa con cui l’uomo ha a che fare deve prima di tutto essere adattabile alle circostanze e modellarsi sulle necessità di chi la usa. Niente deve essere uguale a sé stesso, la solidità non è più un valore da un pezzo: come Darwin amava ripetere, è la mutazione l’unico trucco per sopravvivere.

Se negli ultimi anni siamo stati capaci di rendere responsive ambienti e pagine web, non c’è alcuna ragione per cui non possiamo farlo anche con gli abiti che indossiamo. Detto fatto, alcuni designer hanno già progettato dei capi d’abbigliamento animati e intuitivi, capaci di cambiare forma e colore e di reagire agli stimoli esterni nell’autonomia più totale.

Questi modelli funzionano sul corpo come una sorta di interfaccia supplementare che gestisce il rapporto con l’esterno in termini di azione – reazione proprio come avviene in natura, soltanto in un modo più spettacolare.

Se pensiamo che finora il massimo livello di emotività registrato da un abito sono stati gli aloni di sudore sotto le ascelle, è evidente che abbiamo fatto un passo in avanti abissale.

Questo video ad esempio mostra il funzionamento di Incertitudes, una serie di abiti cinetici realizzati dallo stilista Ying Gao prendendo del tessuto e ricoprendolo di spilli.

Alcuni sensori elettronici nascosti alla vista permettono agli aculei di muoversi se qualcuno vi parla, o in risposta a dei suoni generici, con un gradevole effetto di pelo canino accarezzato dal vento.

Della stessa serie fanno parte anche i modelli (no)where (now)here, un groviglio di fibre fotoluminescenti che si arricciano e si illuminano ogni volta che catturano lo sguardo di qualcuno.

L’ispirazione questa volta è un’opera illustre: il testo “Estetica della sparizione” di Paul Virilio, scritto nel 1979. L’abito, con le sue protuberanze quasi impercettibili da spente, prima che un gioco sull’ambiguità tra presenza e assenza, è un materiale fluido che ci vive addosso.

Della stessa specie sono anche i Living Clothes di Alice Zicchedu, che somigliano a grossi origami dotati di vita propria. Come un riflesso condizionato coprispalle e giacchette si schiudono e si ripiegano al passaggio dei raggi di luce, mossi da sensori e interfacce Arduino incorporate in un tessuto a tre dimensioni. Gli abiti ci cambiano addosso mentre camminiamo, sono una specie di espansione emozionale automatizzata.

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Lucy McRae, Bubelle – Blushing Dress, 2006

Nel 2006 il lato sentimentale delle soft technologies ha toccato al cuore anche una multinazionale come Philips, che gli ha dedicato The Skin Probe Project, una ricerca sulle potenzialità delle tecnologie sensibili applicate al corpo, realizzata in collaborazione con l’artista Lucy McRae.

Uno dei risultati è stato il Bubelle – Blushing Dress, un vestito fatto di bolle che trasformano le emozioni in colore. Lo strato più interno del tessuto è tappezzato da una serie di sensori a contatto con la pelle che captano gli stati d’animo della persona che lo indossa e li traducono nella nuance più appropriata.

Più o meno coordinati con gli accessori, di sicuro nel futuro i capi d’abbigliamento saranno unici: empatici, capricciosi e suscettibili quanto i loro proprietari.

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