Paesaggi corporei

“Il corpo è come una montagna.
I muscoli e la pelle sono come una cascata altissima.
L’intenzione è come il sole che fa evaporare l’acqua.
Il vapore è energia che forma l’arcobaleno.
L’energia riempie l’universo.
Tu sei l’universo.”

Li Bai

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Carl Warner, Headless Horizon

A guardare i Foodscapes che Carl Warner ha prodotto negli ultimi trent’anni vengono subito in mente le immagini di qualche film d’animazione. Per esempio uno dei classici della Disney, quando Alice si fa piccola piccola dopo aver ingerito una delle sue strane pozioni, e si trova seduta su una zolla del giardino di casa a chiacchierare con tulipani alti come palazzi.

Senza costringerci a cambiare dimensioni, Carl Warner ha realizzato la stessa fantasia infantile accumulando cibo, portandoci a passeggio tra boscaglie di broccoli e sedani giganti, spiagge di legumi e piramidi di groviera, costringendoci con la forza a cambiare il nostro abituale punto di osservazione sulle cose.

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Carl Warner, The Cave of Abdo-men

Lasciatosi alle spalle gli Empire State Building di cetrioli e le cascate di cioccolata, recentemente Warner ha trovato nel corpo un nuovo territorio d’esplorazione: a un certo punto ha smesso di accumulare alimenti per accatastare corpi e membra anonime, riprese dalle più improbabili angolazioni, oppure tremendamente ravvicinate.

Ecco quindi nascere i Bodyscapes, un parco giochi di ginocchia e di stinchi. Pendii di trapezi e deltoidi. Pianure di addominali. Deserti di schiene lisce come dune di sabbia del Sahara.

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Carl Warner, Skin Knee Valley

La differenza con cipolle e banane è che a questa distanza l’uomo è irriconoscibile. Ci vuole del tempo prima di identificare i piedi, le nocche, o la curva di un ombelico, e quando succede si prova un forte straniamento.

La pelle, il nostro abituale contenitore, la metafora fisica dello stato in luogo, si distende ai nostri piedi fino all’orizzonte. Il corpo, scatola chiusa in cui vivere, si trasforma in un posto da vivere, o quanto meno in un suolo calpestabile.

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Arno Rafael Minkkinen

La figura umana, mutila e decontestualizzata, sembra tanto più armonizzata con l’ambiente naturale quanto più non riusciamo a ricomporla in una forma univoca e completa, e così la scambiamo per un albero, oppure per una pietra.

Nelle fotografie di Arno Rafael Minkkinen  è impossibile distinguere un braccio da un ramo o una schiena da un frammento di roccia. I corpi si assimilano al paesaggio, si mimetizzano con l’ambiente seguendo linee di forza, sfruttando le assonanze formali con la natura circostante; e lasciano intendere che tra interno ed esterno non c’è poi tutta questa distinzione.

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Arno Rafael Minkkinen

In qualsiasi modo la si veda, il paesaggio del corpo è un paesaggio spettrale: l’atmosfera è sospesa e i suoni ovattati come se si stesse camminando sulla superfice lunare. Sembra un posto che esiste da sempre, disabitato da centinaia di anni, sospeso nel tempo.

Un luogo che non richiede la presenza dell’uomo, anzi è quasi inospitale. Piuttosto che osservarlo da fuori, Chen Zhen preferisce guardarsi dentro, ma la situazione non sembra migliore.

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Chen Zhen, Crystal Landscape of Inner Body, 2000

Come strani meteoriti adagiati su un tavolo operatorio, sono disposte le riproduzioni di dodici organi vitali; sono fatti di vetro soffiato, il materiale più fragile che si possa immaginare. Viscere e ghiandole sono esposte agli sguardi, effimere e preziose come reliquie.

Il cristallo riflette la luce e l’ambiente circostante mentre l’artista riflette sul fatto che l’organico ha i giorni contati. Crystal landscape of inner body non è un paesaggio da percorrere, è molto più simile a un diorama. E’ il monumento commemorativo alla fragilità del corpo.

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Chen Zhen, Crystal Landscape of Inner Body, 2000

 

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