Controllo remoto

L’esoscheletro Ekso somiglia a uno zainetto con un paio di gambe. E’ stato progettato a Richmond, in California, per trasformare i soldati dell’esercito americano in supereroi, permettendogli di portare pesi fuori dal normale; oggi invece aiuta i disabili a camminare.

Quando lo indossano i pazienti possono alzarsi da una sedia, fare dei passi in linea retta, sedersi e rialzarsi di nuovo ogni volta che vogliono.

Le batterie hanno un’autonomia di sei ore, tutto il peso viene scaricato a terra. Grazie a sensori di forza e movimento la macchina trasforma le intenzioni in azioni sostituendosi al midollo spinale.

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Negli ultimi dieci anni sono stati prodotti vari robot simili a Ekso: HAL, in Giappone, che somiglia ad una tuta spaziale, Rex, in Nuova Zelanda, che con un joystick aiuta anche a fare le scale; e poi ReWalk, in Israele, una specie di versione telecomandata del vecchio “Alzati e cammina”.

I vantaggi di questi scheletri “di scorta” sono indiscutibili, le loro potenzialità vaste almeno quanto i dilemmi etici che si portano dietro: tra tutti, quello di farci somigliare a dei cyborg è solo la punta dell’iceberg.

Il punto davvero cruciale sta nel controllo. La macchina che ci circonda ci contiene e allo stesso tempo ci costringe: per ogni nuova capacità che acquisiamo, paghiamo un conto in termini di dipendenza.

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A Simone Careddu, un maresciallo della Folgore che ha perso l’uso delle gambe dopo un attentato in Afghanistan, qualche giorno fa è stato chiesto di indossare Ekso durante un convegno sulle nuove tecniche della riabilitazione intitolato “Ritorno al futuro”, e di descrivere la sensazione che si prova a tornare a camminare.

“E’ qualcosa di primordiale, come un bambino che impara a muovere i primi passi.” ha commentato lui, come di fronte a una resurrezione. Eppure il miracolo non è perfetto, perché esiste almeno una differenza fondamentale: il passo del bambino procede dritto dal cervello al muscolo, mentre quello del maresciallo è mediato da un congegno meccanico.

L’impulso di partenza è lo stesso, ma nel secondo caso l’azione si realizza al di fuori del corpo, con la complicità di una forza estranea, artificiale: il paziente in realtà non si muove ma si sente muovere, e la sensazione non è la stessa.

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Nel mondo dell’arte gli esoscheletri non sembrano godere dello stesso ottimismo; impalcature del corpo che non sa più reggersi in piedi, non fanno altro che sottolineare la debolezza e il disfacimento del materiale organico.

La macchina che entra in gioco a soccorrere un corpo che ha perso alcune funzionalità è più forte e finisce per sopraffarlo: ciò che è stato creato per ristabilire un controllo presto ti controlla, o peggio, ti mette nella posizione di essere controllato.

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Jana Sterbak, Remote control, 1989

Nel 1989 Jana Sterbak ha creato una struttura di alluminio simile a una gigantesca gonna di crinolina montata su ruote. Questo indumento si poteva azionare con un semplice congegno telecomandato: sospesa al suo interno l’artista si poteva muovere soltanto azionando i comandi, oppure mettendoli nelle mani di un assistente.

Come a dire che nel momento in cui la volontà si libera dal corpo, la tua vale tanto quanto quella degli altri. Quando la crinolina era azionata da un estraneo, l’artista veniva spostata come un carrello della spesa, come una specie di macchinina radiocomandata.

Immobilizzata com’era diventava preda di un movimento passivo, indotto da una volontà aliena, esterna al proprio corpo. Assecondava un impulso senza sapere da dove fosse partito e quale fosse lo scopo. L’opera, giudicata anche come una critica alla storia del fashion system, o una denuncia dei capricci dell’haute couture, in realtà non è altro che una gabbia a motore.

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Stelarc, Exoskeleton, 1997

Qualche anno più tardi Stelarc ha concepito una struttura altrettanto inquietante: il suo Exoskeleton era un robot di 600 chili, composto da 18 pistoni meccanici in forma di abnormi zampe di ragno metalliche, una sorta di allucinazione postindustriale.

L’artista occupava il posto di comando nel cuore della struttura e per farla camminare non doveva muovere un muscolo: agitava soltanto le dita, leggiadro come un direttore d’orchestra. Mentre i sensori si occupavano di tradurre quegli impulsi in un messaggio comprensibile, la macchina rispondeva docile come un cagnolino. Degli amplificatori facevano esplodere il rumore dei passi pneumatici nelle orecchie del pubblico.

Nonostante il robot fosse pilotato direttamente dall’artista, la sensazione che fosse una trappola era la prima che ti arrivava in faccia. Ciò che l’uomo crea per potenziarsi è un’arma a doppio taglio e in qualche modo finisce sempre per ritorcerglisi contro; ogni passo verso l’evoluzione è un passo più lontano dalla libertà.

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Marcel Lì Antùnez Roca, Epizoo, 1994

Nel 1994 la performance Epizoo, di Marcel Lì Antùnez Roca, ha dipinto un ritratto perfetto del telecontrollo. In questa occasione l’artista se ne stava in piedi su una piattaforma con addosso solo un paio di slip. In testa portava una specie di casco metallico stile Arancia Meccanica, da cui partivano fasci di cavi.

Altri cavi collegavano i piccoli meccanismi pneumatici ancorati in vari punti del suo corpo ad un computer, che era a completa disposizione del pubblico. Sullo schermo c’era una riproduzione animata di Marcel Li senza veli, immerso in una grafica da trip allucinogeno.

Attraverso una selezione di comandi, il visitatore poteva manipolare a piacimento il personaggio che aveva di fronte in una specie di vodoo 2.0: tutto ciò che veniva fatto all’avatar si trasmetteva al corpo reale attraverso la macchina; ogni click dell’utente era una contrazione muscolare sul corpo dell’artista.

Attraverso la macchina il movimento cessava di essere un’operazione cosciente e gestibile in prima persona e diventava il prodotto delle fantasie di un estraneo che poteva trovarsi ovunque, anche dall’altra parte del pianeta. L’artista ne sperimentava solo gli effetti: tutto ciò che sapeva è che si stava muovendo. Il suo corpo era un oggetto su cui non aveva più l’esclusiva, momentaneamente abitato da qualcun altro.

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