Qualcuno 2.0

E’ scientificamente provato che la maggior parte degli avvenimenti della nostra vita avviene in nostra assenza. Noi siamo aggiornati e ne prendiamo parte emotivamente, spesso anche in tempo reale, ma il nostro corpo di solito è altrove.

Vostra sorella partorisce un nipotino in un ospedale di Bari e voi riempite di fazzolettini una scrivania di Settimo Torinese. Il ragazzo con cui uscivate da un anno vi scrive che è finita e voi crollate a pezzi nel bar in cui prendevate il caffè con un’amica.

Il vostro manager in ufficio vi comunica una promozione e voi accettate entusiasti dal divano di casa vostra. Anche se il vostro corpo non era lì, nessuno potrebbe mai dire che quell’evento non sia accaduto. La differenza tra presenza e telepresenza è un’equazione che a fatti risulta zero.

La distanza, quella che un tempo si misurava in metri lineari e si accorciava contando i giorni sul calendario, oggi ha assunto nuovi significati. Distanza è prossimità al dispositivo elettronico e lontananza tra esseri umani. L’apparecchio mantiene le connessioni e allora non importa più dove sei seduto.

La dislocazione è la filosofia spiccia della nostra epoca: stabilire collegamenti sulla base di una distanza è l’ossimoro nel quale tutti quotidianamente viviamo. Gli eventi sono ridotti a informazioni grafiche su un display: si può scegliere se lasciarli accadere o farsi avvisare più tardi. La realtà, se ancora di essa si può parlare, è sempre in differita: filtrata e mediata infinite volte, ci arriva addosso artefatta e ricostruita, eppure ci sembra più vera del vero.

La coscienza oggi è rimpiazzata dalla connessione. Il legame postmoderno è la connessione, che vuol dire contatto senza scambio di liquidi. Mentre l’Altro è un contatto, una chiamata persa o in entrata, l’Io è un utente con un pin di sei cifre.

Il corpo infondo non è più necessario, è sufficiente un dispositivo mobile per creare uno spazio abitabile in cui le cose possono accadere. Dammi solo un’app e una connessione e ti mostrerò che con uno smartphone si può fare tutto, anche un’opera d’arte.

self

Miranda July, Somebody 2.0, 2015.

Questo in realtà l’aveva già dimostrato Lazlo Moholy-Nagy negli anni venti, quando il telefono era ancora soltanto un mezzo per trasmettere vibrazioni acustiche. Lui però lo guardava in maniera diversa e un giorno gli era venuta l’idea di usarlo per realizzare dei quadri costruttivisti.

Così al posto dei pennelli aveva preso in mano la cornetta, dettando linee e forme del suo dipinto all’addetto di una fabbrica di porcellane smaltate e scegliendo le tinte dal catalogo dei colori pantone come se stesse scegliendo le ceramiche del bagno di casa.

Il risultato furono opere a distanza, fedeli al progetto che aveva in mente e sorprendentemente corrispondenti allo schizzo che aveva di fronte. Questi lavori, pur essendo vagamente simili a piastrelle, furono esposti al pubblico in una galleria di Berlino dove mostrarono che, quando un’idea si sposa ad un processo di comunicazione, perfino la presenza dell’artista diventa superflua. Da quel momento la dislocazione entrò nell’atelier dei pittori, che scoprirono che si potevano creare immagini anche senza sporcarsi le mani.

Lazlo Moholy-Nagy, Construction in enamel, 1922

Lazlo Moholy-Nagy, Construction in enamel, 1922

Cinquant’anni più tardi il Museum of Contemporary Art di Chicago riprese questo esperimento con la mostra Art by telephone, in cui venne chiesto ad una trentina di artisti di realizzare la propria opera dettandola per telefono allo staff del museo. Tra tutti i partecipanti, Robert Huot fu il più originale: selezionò 26 uomini residenti in 26 diverse città d’America, tutti chiamati Arthur; ai visitatori venne chiesto di scegliere un Arthur qualsiasi dall’elenco e di fargli una telefonata chiedendo di “Art”. Di lì in poi, sarebbe stato affar loro di che cosa parlare.

A differenza di tutte le altre opere portate in mostra, qui la conversazione a distanza non era soltanto una fase del processo creativo, ma il fulcro di tutto il lavoro. Pensando di fare dell’ironia, Huot trasformò lo statuto dell’artista in modo radicale: da creatore di un oggetto a ideatore di un contesto, contenitore di infinite variabili, quanto una conversazione può essere diversa da un’altra.

Così il telefono ha permesso all’artista di essere assente, di creare un’opera in differita, di creare in pausa pranzo o in coda alla biglietteria della stazione. L’artista, ovunque egli sia, ha il merito di dare il la, di creare i presupposti per un evento che poi si evolve da sé, al di là di ogni sua possibile previsione.

Dai tempi di Moholy-Nagy le cose sono radicalmente cambiate. Ormai ne abbiamo abbastanza di disumanizzare, ci siamo già spinti oltre; oggi abbiamo bisogno di trovare un posto dove reincarnarci. Oggi vogliamo nuovi corpi da prendere in prestito per tornare a sentire. Facce pulite, “ambasciator non porta pena”. Facce nuove, da usare come periferiche.

Per tutti quelli che ancora credono nel potere comunicativo del face-to-face, l’artista Miranda July ha creato Somebody 2.0, un’app scaricabile gratuitamente su iTunes. Per spiegare il funzionamento, su Youtube c’è questo video promozionale che non lascia molto altro da aggiungere:

Una carrellata di scenette frivole a colori pop ci annuncia che per recuperare il lato umano di una conversazione non si deve per forza tornare al 1969, basta delegare. Se volete che la realtà torni ad essere più simile a sbucciarsi un ginocchio che a guardare una serie tv, basta rivolgersi al primo che passa.

Sarà lui a consegnare l’anello alla persona che volete sposare, a dare una pacca sulla spalla del dipendente che avete deciso di licenziare e a dire alla vostra amica che quel vestito in realtà non la faceva grassa, era solo invidia perché volevate essere voi le prime a comprarlo. Sarà la sua vicina di banco dichiararsi per voi con quel ragazzo carino con cui proprio non riuscivate a parlare. L’umano, proiettato nel tragicomico, non è mai stato così reale.

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