Manipolazione morbida

Per quanti ancora si sentano scettici, la protesi ha una storia vecchia di almeno 5 milioni di anni. Un alluce di legno rinvenuto su una mummia della V dinastia egizia ha rivelato che il desiderio dell’uomo di sentirsi completo è antico almeno quanto il suo istinto di sopravvivenza. Questa piccola falange scheggiata ci racconta che, fin dagli albori della civiltà, a dispetto dei cambiamenti che nel corso del tempo hanno rivoluzionato la percezione culturale del corpo, quando si è trattato di sopravvivere la necessità di mantenere in vita l’intero è sempre venuta prima del sacrificio delle singole parti.

La protesi, prima che una soluzione a necessità pratiche, è sempre stata una risposta al bisogno di simmetria che tormenta l’uomo; tuttavia, dandogli la possibilità di completarsi, essa ha contribuito a diffondere una visione frammentaria del corpo come sistema, qualcosa nato da un’interazione tra elementi distinti, ed in quanto tali sostituibili. L’alluce egizio insomma ci rivela che in qualche modo siamo sempre stati dei cyborg.

egizi

Se si fa un rapido tour attraverso la storia della protesi, in un’escalation di polpacci di ceramica e giunture di bulloni, si noterà che nel corso del tempo all’arto artificiale si è richiesto sempre di più: da semplice correttivo estetico la protesi si è trasformata in un elemento attivo, capace di sostituire quasi completamente la funzionalità dell’arto perduto.

Dagli arti di cavi e metallo del Cinquecento, usati soltanto per nascondere un’aputazione, al concetto di Soft Manipulation della scienza robotica moderna (SOMA, come viene chiamato il progetto europeo che si occupa di creare un sistema di manipolazione innovativo: http://soma-project.eu/index.php/project), quello che è cambiato è soprattutto la fiducia nella capacità dell’uomo di riprogettarsi. Oggi una C-Leg non permette soltanto di reggersi in piedi, ci promette di tornare a camminare come prima; oggi basta combinare sapientemente titanio e silicone e una mano bionica riesce quasi a farci dimenticare quella che abbiamo perso.

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Mentre sto scrivendo un gruppo di volontari sta testando i benefici di My-HAND, un prototipo dell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Il primo aspetto rivoluzionario di questa protesi è l’attenzione data alla compatibilità tra il corpo e le nuove tecnologie, al fine di rendere il meno traumatica possibile la loro interazione. L’assimilazione tra il biologico e l’artificiale parte prima di tutto dall’aspetto estetico, che è stato progettato appositamente da uno studio grafico. Per rendere la carne sintetica il più possibile simile a quella umana, il designer si è affidato al silicone: gusci di silicone rigidi fuori e morbidi all’interno creano una sorta di guaina bionica che riveste i congegni meccanici nascondendoli agli sguardi indiscreti.

 

Al di sotto di questo involucro, carne e alluminio comunicano in armonia perfetta: i microprocessori raccolgono gli stimoli nervosi trasmessi dai muscoli residui ed elaborano rapidamente una risposta: “Le intenzioni della persona possono diventare i movimenti della protesi.” si legge sul sito dell’Istituto http://www.sssup.it/news.jsp?ID_NEWS=5015&GTemplate=default.jsp. Ma non è tutto: grazie ad una serie di sensori, la mano bionica è in grado di trasmettere anche sensazioni tattili di rimando, quelle che gli esperti chiamano “ritorno sensoriale fisiologico”. Il cervello e il nuovo dispositivo parlano la stessa lingua.

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Stelarc, Third hand, 1980. Fotografia della performance.

Al di là del potenziale medico, i progressi della tecnologia per così dire “indossabile”, rendono la razza umana ormai capace di rimodellarsi: proprio come un tempo affermavano Simondon e Stiegler, il corpo si scopre un’opera in divenire, che non può mai dirsi completa e conclusa; un indefinito in perenne stadio di configurazione. Grazie a questa sua elasticità, il materiale biologico si offre docile ad ogni tipo di sperimentazione, non da ultima quella artistica. Proprio come accade per la scienza, il corpo è un materiale d’elezione anche per gli artisti, che vi proiettano con entusiasmo le proprie fantasie evolutive. Così può capitare che la stessa mano che oggi permette all’operaio di tornare a lavorare, sia stata invece per l’artista un’occasione di potenziarsi.

Negli anni Ottanta Stelarc aveva già messo a punto un avambraccio meccanico, composto da acciaio inossidabile, alluminio e congegni elettronici, di forma e dimensioni identiche a quelle degli originali, da impiantarsi sul braccio destro come un arto supplementare. Attraverso un groviglio di cavi ed elettrodi, le contrazioni dei muscoli della gamba e dell’addome dell’artista che lo indossava venivano trasmesse alla macchina sotto forma di segnali elettrici, permettendogli di articolare movimenti in risposta a stimoli organici.

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Stelarc, Third hand, 1980, Fotografia della performance.

La Third Hand poteva muovere le dita, ruotare il polso in entrambi i sensi, afferrare oggetti e restituire sensazioni tattili al corpo ospitante. Inoltre i suoi movimenti riuscivano ad essere indipendenti da quelli delle altre due mani, fornendo al corpo uno strumento in più per interagire con il mondo circostante.

Portando la terza mano con sé nelle sue performance in giro per il mondo, Stelarc ha tentato in questo modo di diffondere un nuovo concetto di protesi e un nuovo modo di considerare il corpo: ha messo in luce la ricettività del nostro organismo nei confronti dell’inorganico, ha sostenuto che riprogettarsi non è solo una possibilità, ma una necessità insita nella condizione umana e nel suo desiderio di sopravvivere a sé stessa. Il materiale organico è deperibile e perfettibile, è vicino al canto del cigno; eppure basterebbe una protesi bionica per salvarci dall’estinzione.

Nel 2003 è stata la genetica che ha permesso a Stelarc di realizzare un nuovo progetto meno invasivo: un terzo orecchio, ricollocato su un braccio, che fosse capace di ricevere e trasmettere suoni. Dopo aver vinto la resistenza di decine di chirurghi, l’impianto del nuovo organo è stato realmente eseguito nel 2007 attraverso una serie di operazioni.

Una replica perfetta dell’orecchio sinistro di Stelarc – un’anima di silicone rivestita di pelle umana realizzata in vitro clonando le sue stesse cellule staminali – ed un piccolo microfono sottocutaneo, sono stati innestati nel suo braccio sinistro. Il dispositivo wireless inserito al suo interno permetteva di diffondere in rete i suoni percepiti dall’artista in tempo reale, in modo tale che gli utenti di qualsiasi altra parte del mondo potessero ascoltarli semplicemente collegandosi ad internet.

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Stelarc, Ear on arm, 2007.

Con Ear on arm Stelarc ha ridefinito completamente i termini del rapporto tra il corpo e la tecnologia, in modo che la seconda non intervenga più soltanto in soccorso del primo per scongiurarne la fine, ma che entrambi combinino le proprie potenzialità per raggiungere uno stato altro, inedito, per dare vita a configurazioni completamente nuove. Un intervento di questo tipo porta i traguardi della scienza oltre le loro prevedibili applicazioni, traccia nuovi percorsi, sottolinea nuove possibili implicazioni.

Stelarc spinge l’uomo oltre il campo della medicina, verso quello della riprogettazione in chiave creativa. Una terza mano e un terzo orecchio funzionanti, interattivi, rendono l’illusione della simbiosi tra uomo e macchina quasi possibile. In questo modo l’artista ha mostrato che il corpo possiede un’innata predisposizione all’eterogeneo, una “qualità prostetica”, come la definisce lui stesso, un’intrinseca malleabilità che contraddice tutti i nostri tabù ed i nostri imperativi morali. Stelarc ha trasformato l’uomo da sistema chiuso a luogo aperto alle ibridazioni, da tempio reazionario a campo di sperimentazioni.

http://stelarc.org/?catID=20247

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