La Macchina per essere un altro

 

In un brano di Petrolio, Pasolini scriveva:

«Ci sono delle cose – anche le più astratte e spirituali – che si vivono solo attraverso il corpo. Vissute attraverso un altro corpo non sono più le stesse. Ciò che è stato vissuto dal corpo dei padri, non può più essere vissuto dal nostro. Noi cerchiamo di ricostruirlo, di immaginarlo e di interpretarlo: cioè ne scriviamo la storia. Ma la storia ci appassiona tanto perché ciò che c’è di più importante in essa ci sfugge irreparabilmente. Così non possiamo vivere corporalmente i problemi dei ragazzi; il nostro corpo è diverso dal loro, e la realtà vissuta dai loro corpi ci è negata. La ricostruiamo, la immaginiamo, la interpretiamo ma non la viviamo. C’è quindi un mistero anche nella vita dei figli; e c’è di conseguenza una continuità del mistero (un corpo che vive la realtà): continuità che s’interrompe con noi.»

Molto più semplicemente, il corpo è un hub. E’ la prima vera interfaccia con cui la razza umana ha dovuto fare i conti: è ciò che gestisce i rapporti tra interno ed esterno e il contenitore che ci relega ad un singolo punto di vista. Prima della religione, della cultura o dei costumi, è il corpo la nostra chiave di lettura del mondo.

Il mistero dell’esistenza in fondo è soltanto un mistero dell’altro, l’impossibilità di conoscere il senso ultimo della vita è la conseguenza dell’impossibilità di trascendere sé stessi per immedesimarsi in un’altra persona: per quanta empatia riusciamo a provare, per quante conoscenze riusciamo ad accumulare riguardo a un estraneo, non riusciremo mai a sapere realmente chi è, perché il suo corpo non ci appartiene.

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Cindy Sherman Untitled #397, 2000.

Non è un caso che la crisi del Vitangelo Mostarda di Pirandello nasca proprio dall’osservazione di un naso. Le osservazioni di un estraneo sul proprio aspetto portano il protagonista di Uno, nessuno, centomila a guardarsi dall’esterno, a rendersi conto che ciò che è abituato a considerare come unico, in realtà ha tante declinazioni quante le persone che sono al mondo. Il sistema chiuso del corpo ci illude di essere univoci quando invece siamo molte cose, e allo stesso tempo ci preclude per sempre l’esperienza di tutte queste varianti. La sensazione che ne deriva la descrive sempre Pirandello, questa volta nell’Enrico IV:

«Questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi […] potete figurarvi come un mendico davanti ad una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca.»

 

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Cindy Sherman, Bus Riders, 1976

L’utopia più grande dell’uomo moderno è perciò quella di essere un altro. E se proprio non si può entrare in un corpo nuovo, sempre meglio crearsi un alter ego, oppure camuffarsi. Molti artisti contemporanei hanno fatto uso del travestimento nelle loro ricerche: ci ha provato Yasumasa Morimura, ci ha provato Cindy Sherman. Con costumi e parrucche hanno interpretato diversi ruoli, hanno provato ad essere un personaggio del passato, ad esempio, magari una star del cinema. Luigi Ontani è stato Cristoforo Colombo il tempo di uno scatto.

Per quanto ben congegnato, tutto è sfociato nella pantomima e nel cabaret. Le loro fotografie ci restituiscono la ricerca dell’immedesimazione ma anche la volontà di non nascondere nessuno dei loro trucchi. Make up e accessori, per quanto fedeli al modello, non raggiungono nemmeno lontanamente il mimetismo totale, deformano soltanto la fisionomia rendendo grottesco ed ironico ogni tentativo di uscire da sé.

Perché la scoperta dell’altro non può fermarsi ad un fenomeno estetico, dev’essere un’esperienza biologica e cellulare. Quello che è indispensabile è l’interazione: per mettersi nei panni di un altro non basta indossare i suoi vestiti, bisogna passare attraverso la carne, condividerne le sensazioni e abitarlo.

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Yasumasa Morimura, Autoritratto come Marilyn Monroe, 1995.

Lygia Clark l’ha capito subito: con O eu e o tu, sèrie roupa-corpo-roupa (l’io e il tu, serie vestito-corpo-vestito),  ha realizzato uno strumento per fare un’esperienza di un corpo estraneo che è un po’ come mettere i piedi per la prima volta sulla luna. Grazie a due tute dotate di cappucci, una coppia qualsiasi poteva sperimentare la sensazione di esplorarsi reciprocamente dall’interno, semplicemente inserendo le mani in apposite aperture. L’imbottitura della tuta era lavorata con una serie di estensioni e protuberanze capaci di restituire la sensazione di toccare un corpo vivo, di esplorare del materiale organico e di scoprirlo per la prima volta nella sua intimità.

Escludendo la vista dai sensi in gioco, l’artista forniva un’esperienza di pure sensazioni tattili e di totale immersione nell’altro. Entrare in un corpo sconosciuto ad occhi chiusi, attraverso cavità e pertugi, risulta un’esperienza straniante e forte, quasi una reincarnazione, una reviviscenza nel corpo dell’altro che allo stesso tempo porta ad una consapevolezza amplificata del proprio. Perché per conoscere noi stessi il modo migliore è guardarci come fossimo altri.

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Lygia Clark, O eu e o tu: Série roupa- corpo – roupa, 1967, Fotografia della performance

Negli ultimi anni quest’idea è stata sviluppata dal collettivo internazionale Be another LAB, che ha messo la propria ricerca sulla telepresenza al servizio degli studi sull’empatia e sul rapporto tra identità e alterità. Il risultato è stato la creazione di una macchina, The Machine to be another, che ci permette di metterci nei panni di un altro a 360 gradi. La tecnologia non è complessa: grazie ad un semplice paio di Oculus Rift, delle cuffie wireless ed una telecamera, un “io” e un “altro” (che in questo caso diventano un “user” e un “performer”) riescono a scambiarsi i ruoli senza nemmeno trovarsi nella stessa stanza.

I due soggetti vengono messi in comunicazione da un computer in modo tale che ciò che vede il primo siano le immagini riprese dal secondo; lo user si muove liberamente nello spazio che ha di fronte, cammina e qualche volta afferra degli oggetti, ma le sensazioni tattili che prova si collegano ai pensieri e alle azioni del performer. All’interno di uno spazio neutro, lo user piega una gamba ma vede muoversi quella di un altro; si tocca ma sente le forme di un altro, afferra un mazzo di fiori ma ascolta esperienze e ricordi di un altro, in un flusso di pensiero estraneo che sembra in tutto scaturito dalla propria testa.

In questo modo l’illusione di essere un altro è perfetta e totale. La macchina ricombina i sensi mettendo in dubbio la soggettività che ci lega al prevalere di un singolo punto di vista, educa al confronto, ci abitua a contestualizzare e relativizzare. E una volta entrati nel corpo estraneo, non si tornerà più indietro nel proprio con gli stessi occhi.

 

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