Il vestito elettrico

Con tutta probabilità è l’elettricità il nuovo principio della vita. Non l’acqua, non la terra: la terra è inospitale e l’acqua sta per finire. L’aria è avvelenata. L’elettricità permette di azzerare lo spazio, fa viaggiare nel tempo; con l’energia elettrica ci si fa notare. L’elettricità si è aggiunta ai mezzi di comunicazione non verbali. Ennesima reazione cutanea parlante e fuori controllo, con l’elettricità ci si può vestire.

Nel corso di una vecchia puntata del Gadget Show, Suzi Perry indossa orgogliosamente un vestito da 2000 sterline. “La particolarità” spiega la presentatrice con enfasi mentre la camera si allontana inquadrandola a figura intera, “è che quando mi alzo e mi muovo, guardate cosa succede..”. Mentre Suzi ruota su se stessa, sulla lunga gonna vittoriana che stringe con le mani compaiono delle piccole spirali azzurre, una sorta di ricamo elettrico intermittente che punteggia i pesanti strati di tulle e di stoffa.” E’ favoloso e io semplicemente lo adoro!” conclude lei in dissolvenza, continuando a girare intorno alla stanza in uno sfarfallìo luminoso.

Sono passati circa 20 anni da quando Jana Sterbak, nel corso di una collettiva con  Krzyzstof Wodiczko, esponeva il suo vestito di cavi metallici, una sorta di esoscheletro vuoto e rigido fasciato da un singolo filo incandescente, ed è evidente che è ancora l’elettricità a farci comunicare. Non solo come energia motrice di un dispositivo esterno (qualsiasi oggetto ci venga in mente, dal cellulare sul comodino alle luci di posizione di una navetta spaziale), ma anche come interfaccia delle più elementari reazioni corporee.

Il Kinetic Dress di Cutecircuit  mostrato da Suzi non è altro che un convertitore: dei sensori reagiscono al movimento di chi lo indossa traducendolo in segnali luminosi. Qualsiasi azione del corpo che viene vestito, qualsiasi interazione con altri individui, perfino il cambiamento d’umore viene registrato e trasmesso all’esterno nel linguaggio universale dell’elettricità. Un programma algoritmico ci segue da vicino, resta in quiete quando stiamo fermi, ci riveste di un’aura quando ci muoviamo. cutecircuit.com/kinetic-dress/

Jana Sterbak, I want you to feel the way I do… (The Dress), 1984.

Tutto questo lo sanno bene anche a Berkeley, dove i ricercatori della University of California hanno messo a punto delle particolari fibre organiche composte da un materiale impronunciabile chiamato polivinildenfluoruro; queste sono capaci di convertire in elettricità ogni movimento del corpo ma sottili al punto da potersi integrare a qualsiasi tessuto senza appesantirlo. Da specchio della personalità l’abito si fa seconda pelle, si trasforma in una lavagna su cui il corpo scrive, ne amplifica all’infinito le capacità espressive e lo mette in rete.

Nel Twitter Dress, un’altra creazione Cutecircuit, più di 10 metri di chiffon francese sono lavorati per visualizzare tweet in tempo reale. Nel corso della presentazione del modello alla Battersea Power Station di Londra, i pensieri di migliaia di internauti erano visualizzati sul corpo ancheggiante di Nicole Scherzinger solo digitando l’hashtag  #tweetthedress. cutecircuit.com/the-twitter-dress/

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Jana Sterbak, I want you to feel the way I do… (The Dress), 1984.

La lista potrebbe continuare. In Francia ad esempio la LumiGram di Parigi ha studiato le potenzialità della fibra ottica, realizzando la prima collezione luminosa prêt-à-porter della storia, che potete trovare qui:

 www.lumigram.com/catalog/P2_LIGHT_UP_CLOTHING.php?osCsid=r40brgkijvsbhsf7kvputs0qm0

La collezione autunno-inverno 2007 di Hussein Chalayan invece, è stata presentata al pubblico a partire da una passerella completamente buia, sulla quale Elise Crombez ha fatto il suo ingresso come un ectoplasma, fasciata da un vestito luminoso intessuto di LED. Mentre la modella sfilava, luci multicolori si intrecciavano al tessuto Swarovski, creando l’illusione di una città notturna vista dall’alto di un aeroplano.

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Hussein Chalayan – LED dress

Voglio mostrarti quello che sento, I want you to feel the way I do, così intitolava la sua opera Jana Sterbak nel 1984. La struttura era semplice, un singolo filo scoperto avvolto intorno ad un vestito-gabbia in cui nessuno avrebbe mai potuto entrare. Bastava sfiorarlo per prendere la scossa, bastava avvicinarglisi per sentirne il calore mortale. Dietro questa sorta di trappola, incandescente ed elettrificata, scorreva un testo che invitava a concepire quell’opera come metafora di una condizione interiore e come un piccolo monumento all’incomunicabilità e al bisogno umano di condividere emozioni forti.

Perché comunicare infondo non è scrivere una frase in un tweet o fare una telefonata, è qualcosa di più radicale. Comunicare è infilarsi sotto la pelle dell’altro e condividere la stessa carne. Comunicare è provare, fisicamente, la stessa cosa. Come tale questa esperienza che Sterbak prospetta è tanto attraente quanto irrealizzabile. Il suo vestito elettrico, tradotto oggi in un giocattolo haute couture, non era soltanto uno spunto per introdurre l’elettricità nel campo dell’estetica, ma una riflessione sulla costrizione esercitata dal corpo verso quello che realmente sentiamo. Il corpo e il vestito sono interfacce, involucri su cui il nostro Io imprime dei segni cercando di affiorare. Allo stesso modo il mondo esterno lascia tracce profonde su di essi mentre cerca di controllarli. Led e sensori risvegliano così lo spettro del potere, del controllo che l’esterno può esercitare sul corpo del singolo, fino a trasformare in una prigione anche la libertà espressiva.

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