The pig that I am

 

XXI secolo: l’uomo comunica, che lo voglia o meno comunicare è la sua funzione vitale, se non comunichi non esisti. Servono solo due canali sensoriali: la vista e l’udito, nella mia epoca si viaggia leggeri. Si va dal pensiero all’atto in zero secondi, una ripresa fantascientifica. Nella mia epoca per esserci ovunque devi lasciare indietro qualcosa, e il corpo è il primo della lista. Siamo tutti inebriati da questa tecnologia che ci avvicina all’estremo, concedendoci il lusso di non doverci toccare.

Questa presentificazione senza l’essenza è il trucco più scaltro della mia epoca. Il delitto perfetto, leggete Baudrillard. Il delitto senza il corpo, senza il sangue e senza le prove è come se non fosse mai esistito. Il digitale toglie l’odore della carne, imbavaglia le terminazioni nervose e le getta in un sonno pigro, verso l’atrofizzazione. La pelle ci tiene insieme, ecco tutto. La idratiamo, la massaggiamo e la manteniamo in forma. E’ la carta regalo che ci avvolge stretti, possibilmente elastica, fresca ed attraente. Regoliamo il colorito e nascondiamo gli inestetismi, la abbronziamo secondo necessità, cerchiamo di apparire in salute. La copriamo e la scopriamo nei punti strategici, ed eccoci qua.

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Miru Kim, The pig that therefore I am, 2011

Adorata digitalizzazione anglofona, wireless, real time, live chat, istant message, social network ed hic et nunc, sia chiaro: il sistema di comunicazione più veloce è la pelle. Nessun errore di rete, nessun disturbo durante il caricamento, nessuna immagine sgranata o rimbombo della voce: le informazioni ti arrivano sempre dritte alla pancia come una cannonata. Le informazioni sono tridimensionali, a tutto tondo, irreversibili. Come dovrebbero essere. Il calore del fiato, una piccola ruga, un po’ di rossore sulle guance. La superficie liscia di una carezza, il crespo di un capello, il ruvido della mano callosa, della peluria sottile. Il sudore e la saliva, il bruciore di uno schiaffo, i brividi. La vergogna di sentirsi completamente indifesi perché completamente presenti nel corpo a corpo.

Tutto quello che la mia epoca cerca di evitare, il portato biologico e animalesco, la goffaggine del contatto, Miru Kim lo è andata a cercare in un recinto di maiali. Secondo la scienza medica, il suino è l’animale geneticamente più simile all’uomo; spesso viene preferito all’uso di topi o di scimmie nella ricerca terapeutica sulle patologie del sistema cardiovascolare. Sezionate un maiale: i suoi organi interni e la morfologia ossea vi appariranno subito straordinariamente familiari. In certi paesi del mondo l’uomo disprezza le sue carni come materia impura, in altri viene macellato e mangiato fino alle unghie.

 

Per 104 ore l’artista ha vissuto rinchiusa in un box con centinaia di suini, ha camminato a gattoni nel loro sterco e nel proprio, il predatore fianco a fianco con l’animale ripudiato e mangiato. L’esito è tutto lì, in un contatto di pelle: quella dell’artista contro quella spessa e ispida della scrofa: due anatomie unite armonicamente, un corpo a seguire i contorni dell’altro in un abbraccio. Il titolo Composizione, tipico dell’astrattismo, invita a riflettere sull’accostamento armonico di due diversi tessuti viventi e sulla loro resa formale, estetica, ma l’azione del “com-porre”, del “porre insieme”, indica anche che le due posizioni in questo modo si completano, nell’intimità con cui mangiatore e mangiato imparano a dividere lo stesso letto.

La massima descartiana “I think, therefore I am” viene rovesciata piuttosto in un laconico “I feel, therefore I am”, e Miru Kim la stira fino al paradosso intitolando il suo lavoro “The pig that therefore I am”: l’essere cognitivo ed evoluto che riscopre la centralità dei suoi sensi di scimmia.

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